Le verità nascoste sulla rivoluzione francese: leggi liberticide e genocidio dei Vandeani

Il genocidio dei Vandeani resta una delle pagine più emblematiche della rivoluzione francese, poiché i rivoluzionari giacobini - saliti al potere sventolando vessilli inneggianti alla libertà, all’eguaglianza e alla fraternità - trucidarono circa duecentomila loro fratelli, rei di voler continuare a coltivare le proprie terre e professare la fede cattolica senza prender parte alle scelte politiche sanguinarie di Parigi.

La democrazia parigina nacque quindi dal sangue e con il sangue si impose, attraverso la spoliazione pervertita della legge. Le politiche repressive non si rivolsero soltanto nei confronti delle classi storicamente avverse: nobiltà e clero, ma anche nei confronti delle classi popolari e contadine, ossia proprio le classi per le quali la rivoluzione fu realizzata. I contadini delle province in particolare, legati alla Tradizione e alle proprie comunità, più che al potere dello stato, erano invisi al governo della nuova repubblica, il quale non tollerava che vi fosse chi ancora professasse il culto cristiano anziché quello dello stato rivoluzionario.

Contro tale insubordinazione, durante il periodo post-rivoluzionario, del c.d. Terrore, il governo parigino si dotò di strumenti repressivi sempre più duri. Venne varata la Legge dei sospetti, approvata nel settembre del 1793, che permetteva di arrestare chiunque fosse anche solo ritenuto nemico della libertà e della repubblica. Il Tribunale rivoluzionario, tutt’altro che ispirato alla liberté e alla fraternité, processava gli accusati in modo repentino, senza possibilità di appello, e molto spesso la sentenza inevitabile era quella di morte. La ghigliottina divenne così il simbolo della rivoluzione, poiché rappresentava fisicamente il patrimonio ideale sul quale la rivoluzione si fondava. Tale strumento di morte, brandito come mezzo di Giustizia, veniva quindi utilizzato pubblicamente a Parigi e nelle province, affinché l’esecuzione contribuisse al rafforzamento dello stato e all’educazione del popolo.

Un altro provvedimento decisivo fu il decreto del 24 febbraio 1793, con il quale la Convenzione nazionale ordinò la leva di 300.000 uomini per sostenere la guerra della repubblica contro le potenze europee. Il reclutamento riguardava soprattutto i cittadini celibi o vedovi senza figli, tra i diciotto e i quarant’anni. La misura suscitò una forte opposizione nelle campagne, perché sottraeva giovani lavoratori alle loro famiglie e alle loro terre. Nell’agosto dello stesso anno, la levée en masse estese ulteriormente la mobilitazione, dichiarando tutti i cittadini disponibili al servizio della guerra rivoluzionaria. ‍

Alla sanguinaria repressione politica e alla mobilitazione militare si accompagnò una vasta campagna di scristianizzazione. Il calendario gregoriano fu sostituito dal calendario repubblicano: i mesi cambiarono nome, le settimane furono abolite e suddivise in periodi di dieci giorni, mentre il computo degli anni iniziò dalla proclamazione della repubblica. Molte chiese vennero chiuse, saccheggiate o trasformate in Templi della Ragione. Croci, statue, immagini sacre e riferimenti cristiani furono rimossi dagli edifici e dagli spazi pubblici. In numerose località furono modificati anche i nomi di città, strade e piazze che richiamavano santi o tradizioni religiose. Il culto cattolico venne ostacolato, molti sacerdoti furono arrestati, costretti a rinunciare al loro ministero oppure perseguitati, mentre al cristianesimo si cercò di sostituire nuovi culti civili, come il Culto della Ragione e, successivamente, quello dell’Essere Supremo.

I Vandeani si opposero a tutto questo.

Tra il 1793 e il 1796, nella regione dell’Ovest della Francia, gli insorti vandeani misero in piedi in poche settimane un vero esercito, formato soprattutto da contadini, artigiani e commercianti, riuniti sotto la guida di figure carismatiche locali. Tra queste emerse Jacques Cathelineau, un venditore ambulante e trasportatore di merci di 34 anni, che seppe raccogliere attorno a sé migliaia di uomini e che, nel giugno del 1793, fu nominato generalissimo dell’Armata cattolica e reale. Conquistarono diverse città e ottennero inizialmente numerosi successi, ma non riuscirono a occupare i principali centri strategici della regione. Dopo la sconfitta di Cholet, nell’ottobre del 1793, una parte dell’esercito vandeano attraversò la Loira e intraprese una lunga marcia verso la Normandia, conclusa tragicamente con le battaglie di Le Mans e Savenay. Negli anni successivi, il conflitto continuò sotto forma di guerriglia, tra imboscate, rappresaglie e operazioni militari, ma la repressione del governo centrale divenne sempre più feroce. Solo nel 1796 i vandeani dovettero desistere dal loro intento di libertà.

La repressione dell’insurrezione popolare assunse proporzioni e connotati tali da alimentare ancora oggi un acceso dibattito storiografico, in particolare ci si deve chiedere se si trattò soltanto della violenza estrema di una guerra civile oppure di un vero progetto di sterminio.

A riportare la questione al centro dell’attenzione fu soprattutto lo storico francese Reynald Secher, autore nel 1986 di Le Génocide franco-français. La Vendée-Vengé. In una recente intervista pubblicata da La Nuova Bussola Quotidiana, Secher ha ripercorso le origini delle proprie ricerche, la documentazione raccolta e le ragioni che lo hanno condotto a parlare non soltanto di «genocidio», ma anche di «memoricidio» con riferimento alla successiva cancellazione della tragedia dalla memoria nazionale.

Secondo Reynald Secher, il tratto originale della ribellione vandeana consiste nel fatto che essa non fu semplicemente una reazione organizzata dalla nobiltà o dal clero contro la fine dell’Antico Regime. Ebbe, invece, un carattere prevalentemente rurale e popolare. Contadini, artigiani e piccoli proprietari si sollevarono contro una serie di provvedimenti rivoluzionari percepiti come un’aggressione alla vita quotidiana, alle comunità locali e alla libertà religiosa.

Fu, in altre parole, una parte del popolo a ribellarsi in nome della libertà. Non della libertà astratta e pretestuosa proclamata nei club borghesi rivoluzionari, ma di libertà molto concrete e personali, come quella di continuare a professare la propria fede, conservare i sacerdoti nei quali si riconosceva, poter assistere alla Messa e sposarsi legalmente in Chiesa, educare i figli secondo una tradizione condivisa e non vedere la vita religiosa trasformata in una funzione amministrativa dello Stato. A ciò si aggiungeva il rifiuto di essere arruolati con la forza per combattere nelle guerre della repubblica, dopo anni nei quali la rivoluzione aveva già profondamente sconvolto gli equilibri sociali ed economici delle campagne.

Un passaggio decisivo nel processo dittatoriale instaurato a seguito della rivoluzione francese fu la Costituzione civile del clero del 1790, con la quale il nuovo Stato rivoluzionario riorganizzò unilateralmente la Chiesa francese. Le diocesi furono ridisegnate secondo i nuovi dipartimenti e si decise che vescovi e sacerdoti dovessero essere subordinati allo Stato, quindi eletti con procedure civili anziché nominati dal Papa e sottoposti al nuovo ordinamento politico con imposizione di un giuramento di fedeltà alla costituzione.

Molti religiosi rifiutarono tali imposizioni, ritenendo il giuramento e la nuova organizzazione ecclesiastica incompatibili con l’autorità del Papa e con la fedeltà alla Chiesa di Roma. Furono perciò definiti «refrattari», rimossi dalle loro parrocchie, perseguitati o costretti alla clandestinità. Al loro posto vennero insediati sacerdoti «costituzionali», riconosciuti dallo Stato ma guardati con diffidenza dalle popolazioni locali, che non si riconoscevano in parrocchie ormai percepite come uffici dell’amministrazione pubblica.

Il carattere popolare dell’insurrezione emerge chiaramente anche dalla composizione dei suoi primi capi.

Jacques Cathelineau, come si è detto, non era un aristocratico né un ufficiale dell’Antico Regime: era un venditore ambulante, conosciuto per la propria religiosità e per il prestigio di cui godeva tra la popolazione.

Anche numerosi nobili, tra cui François de Charette e Henri de La Rochejaquelein, non promossero inizialmente la sollevazione. Furono gli insorti a cercarli e a chiedere loro di assumere il comando, in virtù della formazione militare che possedevano. La nobiltà fornì dunque una parte della classe dirigente dell’insurrezione, ma non ne fu necessariamente l’artefice.

È uno dei punti sui quali insiste Secher. Le sue ricerche, iniziate attraverso lo studio minuzioso del comune di La Chapelle-Basse-Mer, lo portarono a contestare l’immagine di contadini passivi e manipolati dai nobili o dai sacerdoti. Dalle sue ricerche emerge invece una società rurale consapevole della propria identità, dei propri legami comunitari e della propria autonomia rispetto al potere centrale.

La Vandea incrina così una rappresentazione troppo semplice della rivoluzione. Il popolo non era necessariamente identificabile con il progetto politico elaborato a Parigi. Una parte di esso si ribellò proprio contro coloro che sostenevano di agire in suo nome.

Questa circostanza spiega anche l’imbarazzo che la memoria vandeana avrebbe continuato a suscitare. Era più semplice rappresentare l’insurrezione come una manovra aristocratica e clericale che ammettere l’esistenza di una controrivoluzione autenticamente popolare.

Ma la questione non riguarda soltanto il modo in cui la rivolta fu successivamente raccontata. Il punto decisivo, infatti, è ciò che accadde quando le principali forze militari vandeane erano ormai state sconfitte. Dopo la disfatta di Savenay, nel dicembre 1793, la repubblica non si limitò a inseguire e disarmare i superstiti. La repressione si estese alla popolazione, ai villaggi, alle abitazioni e alle risorse del territorio.

Già il 1º agosto 1793 la Convenzione aveva ordinato di incendiare i boschi e le macchie, distruggere i luoghi considerati rifugio dei ribelli, requisire il bestiame e tagliare i raccolti. Il linguaggio dei decreti e degli interventi parlamentari si fece sempre più radicale. In altre parole, la Vandea doveva essere distrutta, annientata, cancellata come centro della ribellione.

All’inizio del 1794 entrarono in azione le cosiddette «colonne infernali», organizzate dal generale Louis-Marie Turreau. Le truppe attraversarono sistematicamente la regione incendiando case, devastando campagne e uccidendo abitanti spesso considerati, senza ulteriori distinzioni, complici o potenziali sostenitori dell’insurrezione. ‍

La condotta, tuttavia, non fu identica ovunque. Alcuni ufficiali cercarono di limitare gli eccessi o rifiutarono di applicare gli ordini nella loro interpretazione più estrema. Altri si abbandonarono a massacri indiscriminati. ‍

Furono colpiti uomini adulti, ma anche donne, bambini e anziani. A rendere particolarmente inquietante la repressione fu il passaggio dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva. Non venivano più perseguitati soltanto coloro che avevano impugnato le armi, ma intere comunità erano considerate nemiche e colpite in quanto appartenenti alla popolazione vandeana, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli.

A Nantes, sotto l’autorità del rappresentante in missione Jean-Baptiste Carrier, la repressione raggiunse una delle sue forme più sinistre. Migliaia di prigionieri furono fucilati, ghigliottinati o lasciati morire nelle carceri, in condizioni aggravate dalle epidemie.

Particolarmente noti furono gli annegamenti collettivi nella Loira. Gruppi di prigionieri venivano caricati su imbarcazioni predisposte per essere affondate o svuotate nel fiume. Tra le vittime si trovavano insorti, sospetti, civili e sacerdoti refrattari. ‍

La violenza assunse così una dimensione seriale, quasi amministrativa. Non si trattava soltanto di uccisioni compiute nell’impeto della battaglia, ma di procedure organizzate per eliminare rapidamente un grande numero di persone. ‍

Secondo Secher, la repressione vandeana può essere compresa solo ricostruendo la catena di comando che dalle autorità locali e dai generali risaliva ai rappresentanti in missione, al ministero della Guerra e al Comitato di Salute Pubblica. Non sarebbe stata dunque la decisione isolata di qualche militare particolarmente crudele, ma l’applicazione, pur con modalità diverse, di una volontà politica efficacemente perpetuata attraverso la macchina statale. ‍

La tesi di Secher si fonda anche sul particolare metodo di ricerca da lui adottato. Lo storico non si è limitato all’esame dei grandi documenti politici e militari, ma ha studiato registri parrocchiali, censimenti, atti notarili, catasti, elenchi delle abitazioni distrutte e documenti relativi alla ricostruzione promossa durante il periodo napoleonico. ‍

A La Chapelle-Basse-Mer, suo paese d’origine, confrontò la popolazione precedente alla rivoluzione con quella degli anni successivi, cercando di quantificare le perdite e di identificarne la composizione. Analizzò inoltre la distruzione delle abitazioni e il danno economico subito dal territorio.

Ed è proprio da queste ricerche che nacque la tesi del «genocidio franco-francese», accompagnata da quella del «memoricidio». Con quest’ultimo termine Secher indica non l’uccisione fisica, ma la cancellazione del ricordo, ossia la trasformazione della tragedia in un episodio marginale nei confronti del quale serbare un omertoso silenzio istituzionale al fine di evitare di inserire tali avvenimenti nel grande racconto nazionale della rivoluzione.

Proprio per la “scomodità” istituzionale di queste ricerche storiche, esse vengono spesso adombrate e screditate, sebbene sia difficile negare che abbiano quantomeno costretto la storiografia francese a confrontarsi con documenti, domande e vittime a lungo relegate nell’ombra. ‍

Al di là delle controversie storiografiche, il caso vandeano pone dunque una questione politica e morale più generale, poiché impedisce di considerare la rivoluzione come un processo autentico di liberazione. Mostra, invece, che anche un potere nato nel nome dei diritti diviene oppressivo quando pretende di possedere l’unica definizione legittima della libertà, del progresso e della virtù.

Quando il popolo reale non coincide con il popolo immaginato dall’ideologia, è il primo a diventare sospetto, il primo a essere condannato dagli efficientissimi tribunali del popolo, il primo a incontrare la morte della ghigliottina. Il contadino legato alla propria parrocchia, il sacerdote che rifiutava il giuramento, la famiglia fedele alle tradizioni locali divenivano così nemici pubblici, poiché colpevoli di voler continuare a colorare la propria Vita di facoltà meravigliose quali la Fede, la Libertà e la Proprietà. ‍

La repressione materiale fu inoltre preparata e accompagnata da una precisa e decisiva operazione linguistica. Infatti, gli insorti e spesso gli abitanti tout court della regione venivano definiti indistintamente «briganti». In questo modo persone differenti per età, responsabilità e comportamento erano ridotte a una categoria astratta. Una volta cancellati i volti, diventava più semplice giustificare la morte addebitando una colpa indistinta a chiunque fosse di intralcio al programma di statalizzazione popolare.

È una dinamica che pare sisitematica nei processi rivoluzionari e che trova nel caso francese uno degli esempi a noi più vicini. Tuttavia, ogni progetto politico che pretenda di costruire un «uomo nuovo» rischia di considerare l’uomo reale, con la sua memoria, i suoi legami e le sue convinzioni, come un materiale da educare e trasformare o financo un ostacolo da rimuovere per un fine superiore.

La Vandea obbliga perciò a guardare la rivoluzione francese senza l’innocenza del mito. Ricorda che le parole libertà, uguaglianza e fraternità non proteggono automaticamente dalla violenza. Possono anzi diventare, quando sono monopolizzate dal potere, la giustificazione di nuove forme di esclusione. In particolare, laddove non si ponga una risposta a domande essenziali: quale libertà? Uguaglianza fra chi? E, soprattutto, fratelli in che modo se non vi è un Padre in comune.

Che si scelga o meno di usare la parola «genocidio», resta il dovere di restituire un volto alle vittime e un posto nella storia a una tragedia a lungo marginalizzata, che permette di ricostruire la rivoluzione francese per quel che è stata davvero. La memoria costituisce una forma essenziale di giustizia.

Per approfondire: Il genocidio vandeano. Il seme dell'odio di Reynald Secher/ Il Genocidio della Vandea (Francia) di Angel Peña / Vandea Il Genocidio e le domande di Colbert di Alfredo Omar Lessi

Massimiliano Arcadio Zaniolo

Presidente onorario e cofondatore di Creature. Classe 1995, laurea con lode in giurisprudenza a 23 anni, Università di Padova. Tirocinio forense presso Studio Legale Ghedini-Longo e Pinelli. Già Avvocato in Padova. Attualmente dottorando di ricerca in diritto penale e magistrato.

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