«Nonostante le difficoltà»: sei mesi in Mozambico tra medicina, fede e umanità. Intervista a Davide Placco, medico CUAMM

Clinica neonatologica dell’ospedale di Beira, Mozambico, con il collega medico Jacob

Davide Placco, 32 anni, è medico specializzando in Pediatria presso l’Azienda Ospedale-Università di Padova e fa parte di Medici con l’Africa CUAMM. Ha trascorso quasi sei mesi in Mozambico, lavorando in un grande ospedale e confrontandosi ogni giorno con bambini, neonati, famiglie e personale sanitario locale. Noi di Creature Italia lo abbiamo conosciuto durante la Messa domenicale delle 19 alla chiesa di San Francesco di Padova, dove anima abitualmente la celebrazione suonando la chitarra. Dal suo racconto è nato il desiderio di raccogliere una testimonianza capace di parlare non soltanto di cooperazione sanitaria, ma anche di fede, comunità e felicità.

Davide fa parte di Medici con l’Africa CUAMM, l’organizzazione con la quale è partito per il continente africano. Il nome CUAMM deriva dall’originaria denominazione di Collegio universitario aspiranti medici missionari, nato a Padova nel 1950 per preparare medici e operatori sanitari disposti a mettere le proprie competenze al servizio delle popolazioni africane.

L’iniziativa fu promossa dal medico Francesco Canova insieme al vescovo di Padova Girolamo Bortignon. Pochi anni dopo, nel 1955, la direzione venne affidata a don Luigi Mazzucato, sacerdote padovano che avrebbe guidato il CUAMM per cinquantatré anni, trasformando quel piccolo collegio in una delle principali realtà italiane impegnate nella cooperazione sanitaria in Africa.

Oggi Medici con l’Africa CUAMM è diretta da don Dante Carraro e opera attraverso progetti sanitari di lungo periodo, con particolare attenzione alla formazione del personale locale, agli ospedali, ai servizi territoriali e alla salute delle madri e dei bambini. La scelta delle parole “con l’Africa”, anziché semplicemente “per l’Africa”, esprime un metodo preciso: non sostituirsi alle popolazioni locali, ma lavorare al loro fianco, condividendo competenze e responsabilità.

È all’interno di questa realtà che Davide ha trascorso quasi sei mesi in Mozambico, lavorando in un grande ospedale e confrontandosi ogni giorno con bambini, neonati, famiglie, medici e infermieri.

Quando Davide è partito per il Mozambico, portava con sé la formazione di medico e l’esperienza maturata come specializzando in Pediatria presso l’Azienda Ospedale-Università di Padova. In Africa, però, si è trovato a esercitare la medicina in un contesto radicalmente diverso, nel quale anche esami, farmaci e strumenti considerati essenziali in Italia possono improvvisamente mancare. Ma ha incontrato anche comunità capaci di vivere la fede, la sofferenza e i rapporti umani con una partecipazione che, nel nostro mondo più ricco e organizzato, sembra talvolta essersi indebolita.

«Lì capisci davvero quanto siamo privilegiati»

Davide, qual è stata la prima grande differenza che hai percepito rispetto alla realtà italiana?

Sicuramente la situazione sanitaria. In Italia, nonostante tutte le difficoltà del nostro sistema, sappiamo che possiamo trovare un antibiotico, un farmaco d’emergenza o fare un esame del sangue. In Mozambico non è sempre così.

Mi trovavo in un ospedale grande, di terzo livello, che potremmo paragonare a un importante ospedale universitario italiano. Eppure poteva capitare che non fosse possibile eseguire un semplice esame del sangue a un bambino o che mancasse l’adrenalina, un farmaco fondamentale in caso di arresto cardiaco.

Quando sei lì comprendi in maniera molto concreta quanto siamo privilegiati. Da noi molte possibilità vengono date per scontate; lì, invece, possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Il capovolgimento dello sguardo

Hai raccontato che in Africa ti sei sentito, per la prima volta, una persona ricca. Che cosa intendi?

Non mi sono mai considerato ricco. Ho sempre pensato di appartenere a una condizione normale. Ma quando arrivi lì vieni immediatamente percepito come il “bianco ricco”.

Anche senza avere uno stipendio straordinario, rispetto a molte delle persone che incontri sei realmente molto ricco. Loro possono guardarti come noi guardiamo una persona miliardaria o molto famosa.

Questo provoca un capovolgimento. Alcune pagine del Vangelo che normalmente tendiamo a riferire agli altri, come quella del ricco e del cammello che deve passare per la cruna dell’ago, improvvisamente sembrano rivolgersi direttamente a te.

Ti chiedi quanti pesi porti sulle spalle senza accorgertene. Poi incontri persone che hanno pochissimo, ma vivono con semplicità, serenità e con una vicinanza agli altri che può essere disarmante.

Avere poco ed essere felici

È possibile dire che quelle persone siano più felici di noi?

Ci sono pro e contro. Non si può idealizzare una condizione nella quale la mortalità è più alta e malattie facilmente curabili in Europa possono avere conseguenze gravissime.

Non penso che si debba scegliere tra la loro felicità e la nostra sicurezza. Noi abbiamo un sistema che ci garantisce cure, strumenti, farmaci e possibilità che salvano concretamente molte vite.

Allo stesso tempo, però, la nostra società sembra talvolta appesantire le persone. Abbiamo molto, ma rischiamo di vivere con maggiore solitudine, ansia e tristezza. Lì ho incontrato persone con meno sicurezze materiali, ma capaci di vivere le relazioni e la comunità in una maniera molto intensa.

La domanda che rimane è come conservare il progresso scientifico e sanitario senza perdere quella semplicità, quella prossimità e quella capacità di ringraziare.

Una Messa vissuta come una festa

Come hai vissuto la dimensione religiosa?

Ho partecipato alle Messe nella cattedrale e nelle chiese più vicine. La celebrazione è molto diversa dalla nostra. Forse presenta meno solennità nel senso a cui siamo abituati, ma è veramente una festa e un momento di comunità.

Le chiese sono piene, spesso al punto che molte persone devono rimanere in piedi. Ci sono cori numerosi, nei quali le persone cantano mettendoci tutta la loro energia. I diversi quartieri si organizzano a turno per animare la celebrazione, cantare e proclamare le letture.

Alla fine della Messa si festeggiano i compleanni, i matrimoni e gli avvenimenti importanti della comunità. Durante l’offertorio, chi può offre denaro; chi non può porta prodotti dell’orto o generi alimentari. Tutto avviene cantando e ballando.

Si ha la sensazione di trovarsi realmente all’interno di una famiglia. La domenica è il centro della vita comunitaria. È una fede gioiosa e contagiosa.

«Tutto bene, grazie a Dio»

Quella fede rimaneva confinata alla chiesa oppure entrava anche nella vita quotidiana?

Era presente ovunque. Quando chiedevi a qualcuno come stesse, la risposta era spesso: “Tutto bene, grazie a Dio”.

Non era una frase pronunciata per abitudine. Percepivi che quel ringraziamento era autentico. Lo sentivi parlando della famiglia, del lavoro e delle difficoltà quotidiane.

Ho ritrovato lo stesso atteggiamento anche in ospedale. Infermieri, psicologi, pazienti e familiari parlavano frequentemente di Dio. Nei momenti più difficili, quando un neonato era in pericolo o una famiglia aveva appena subito un lutto, la fede diventava un modo per affidarsi e cercare una forza che la medicina, da sola, non poteva offrire.

Pregare accanto ai bambini

Hai assistito anche a momenti di preghiera all’interno dei reparti?

Sì. Ricordo in particolare le madri dei bambini che uscivano dalla terapia intensiva e venivano trasferiti in un reparto di assistenza neonatale meno critico.

La sera si riunivano e pregavano insieme. Iniziavano con un canto comune; poi ciascuna pregava a voce alta, sovrapponendo la propria voce a quella delle altre. Per noi poteva sembrare una modalità insolita, ma era una preghiera profondamente comunitaria.

Dio non era una presenza astratta o riservata alla domenica. Era continuamente nominato nella vita, nel parto, nella malattia, nella gratitudine e nella paura.

Scienza e fede nello stesso reparto

Che effetto ha avuto tutto questo sul tuo modo di vivere la professione medica?

Mi sono sentito molto a mio agio. In Italia è spesso difficile parlare di fede nell’ambiente lavorativo e ancora di più in ospedale. Scienza e religione vengono frequentemente presentate come realtà contrapposte o completamente separate.

Lì, invece, potevi sentire qualcuno dire: “Preghiamo per questo paziente”, senza che ciò significasse rinunciare alle cure o alla competenza medica. Le due dimensioni convivevano.

Naturalmente lavoravo anche con persone non credenti e il confronto era importante. C’erano sensibilità e motivazioni diverse. Ma, personalmente, trovarmi in un ambiente nel quale la fede poteva essere espressa liberamente mi ha sostenuto molto.

In Italia non avevo mai affrontato direttamente la morte di un paziente. In Mozambico poteva accadere di assistere anche a un decesso al giorno, spesso di bambini o neonati. Il carico emotivo era enorme. I momenti di preghiera e riflessione mi aiutavano a ritrovare una direzione.

Cristiani e musulmani: una convivenza possibile

Qual era il rapporto tra cristiani e musulmani?

Nella regione di Sofala, dove mi trovavo, il clima era molto sereno. Nella realtà che ho conosciuto personalmente ho visto una convivenza pacifica e quotidiana tra culture e religioni differenti.

Anche molti medici erano musulmani. Si lavorava insieme senza particolari problemi, rispettando le diverse abitudini alimentari o i periodi di digiuno. Ma nel Nord del Mozambico la situazione è più complessa a causa delle violenze e della presenza di gruppi estremisti.

La famiglia di Richard (un caro amico alla mia destra in foto) al completo, in occasione dell’ordinazione sacerdotale del fratello. Esterno Chiesa di Beira, Mozambico

Un’Africa che sta diventando occidentale

L’Africa può insegnare qualcosa all’Europa oppure rischia di diventare sempre più simile a noi?

Sono piuttosto pessimista. L’Africa sta diventando sempre più europea e occidentale. Temo che non sarà l’Africa a trascinare l’Europa verso una vita più comunitaria; potrebbe accadere, invece, che assorba progressivamente i nostri modelli.

Sta crescendo il divario tra chi possiede molto e chi non ha quasi nulla. Aumentano l’urbanizzazione, la velocità, l’individualismo e la ricerca della ricchezza.

In molte comunità tradizionali le persone vivono vicine ai parenti, agli amici e ai vicini. Esiste una rete continua di aiuto reciproco. Ma quando aumenta la ricchezza, si costruiscono case con muri più alti e si tende a chiudersi nel proprio spazio. È una dinamica che conosciamo bene anche in Europa.

Molti africani sognano la vita europea o americana, ma spesso immaginano una realtà che non esiste. Cercano opportunità economiche e sanitarie migliori, ed è comprensibile. Tuttavia rischiano anche di desiderare i nostri stessi problemi.

Aiutare significa formare

Gli aiuti internazionali producono davvero uno sviluppo duraturo?

Dipende da come vengono realizzati. Non basta costruire un pozzo, portare un macchinario o avviare un servizio. Bisogna formare persone che possano continuare il lavoro.

Se arrivi, realizzi qualcosa e poi torni nel tuo Paese senza avere trasmesso competenze, è probabile che, con il tempo, ciò che hai costruito venga abbandonato.

Per questo la formazione è fondamentale. Durante la mia esperienza ho tenuto lezioni agli studenti. Le associazioni che lavorano in Africa devono puntare soprattutto a trasmettere conoscenze e a rendere autonome le persone del luogo.

I medici che ho incontrato erano preparati, intelligenti e desiderosi di confrontarsi. Il problema principale non era la mancanza di capacità, ma la scarsità di risorse.

È proprio questo il metodo espresso dal nome Medici con l’Africa: non arrivare dall’esterno per sostituire chi vive sul territorio, ma lavorare insieme affinché siano le comunità e i professionisti locali a portare avanti quanto costruito.

Nessuno lascia volentieri la propria casa

La tua esperienza ha cambiato anche il modo in cui guardi al tema dell’immigrazione?

Molte persone sognano l’Europa perché cercano un lavoro migliore, una maggiore stabilità e servizi sanitari più sicuri. In alcuni casi fuggono da guerre e situazioni gravissime.

Ma credo che, se avessero una condizione economica, politica e sanitaria stabile, molte di loro non sceglierebbero di partire.

Nessuno è veramente felice di lasciare la propria città, la propria famiglia e la propria cultura. È qualcosa che, in misura diversa, conosciamo anche noi italiani quando ci trasferiamo all’estero per trovare opportunità migliori e poi sentiamo la mancanza della nostra terra.

Per questo aiutare l’Africa significa soprattutto creare le condizioni affinché le persone possano vivere dignitosamente nella propria casa, senza essere costrette ad abbandonarla.

Sede del Cuamm di Beira, Mozambico, con personale medico e amministrativo

Non rinunciare al progresso, senza perdere l’umanità e la fede. I capisaldi della vita in comunità.

L’esperienza di Davide non conduce a una facile contrapposizione tra un’Africa povera ma felice e un’Europa ricca ma infelice. La povertà non è un valore e la mancanza di cure non può essere trasformata in poesia.

L’Africa incontrata nei reparti ospedalieri mostra il prezzo concreto della scarsità di farmaci, strumenti e strutture. Ricorda quanto la scienza, la tecnica e l’organizzazione sanitaria siano conquiste preziose.

Ma quella stessa Africa pone una domanda al nostro mondo: che cosa abbiamo perduto mentre diventavamo più ricchi, sicuri ed efficienti?

Forse la vera sfida non consiste nel rinunciare al progresso, ma nell’impedire che esso diventi l’unico criterio della vita. Conservare gli ospedali, i farmaci e le competenze senza perdere la comunità; custodire la scienza senza espellere la fede; aumentare le possibilità materiali senza chiudersi dietro muri sempre più alti.

Davide Placco è tornato dal Mozambico con la consapevolezza di essere un privilegiato, ma anche con il ricordo di persone capaci di ringraziare Dio, pregare insieme e sostenersi reciprocamente persino nei momenti più dolorosi.

Noi di Creature lo abbiamo incontrato mentre suonava la chitarra durante la Messa. Prima ancora delle sue riflessioni, ci ha colpito il fatto essenziale della sua testimonianza: Davide è partito, ha lavorato, ha curato e ha condiviso per quasi sei mesi la vita di una comunità.

È forse questo il messaggio più forte del suo racconto: nonostante le difficoltà, l’uomo conserva una sorprendente capacità di vivere, sperare ed essere felice.

Massimiliano Arcadio Zaniolo

Presidente onorario e cofondatore di Creature. Classe 1995, laurea con lode in giurisprudenza a 23 anni, Università di Padova. Tirocinio forense presso Studio Legale Ghedini-Longo e Pinelli. Già Avvocato in Padova. Attualmente dottorando di ricerca in diritto penale e magistrato.

Indietro
Indietro

Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. Il concetto di dignità nell’epoca della tecnica e dell’intelligenza artificiale

Avanti
Avanti

Le verità nascoste sulla rivoluzione francese: leggi liberticide e genocidio dei Vandeani