La Fine della Storia
Studiare la storia è una cosa molto entusiasmante, soprattutto la storia moderna che, ahimè, viene spesso tralasciata nei programmi scolastici. Anche seguendo una vista sicuramente di parte (considerata però “quella giusta”), prendendo ad esempio la storia d’Italia, emergono trame e sottotrame di una resistenza “partigiana ante litteram”, in cui le pulsioni e le tensioni sociali precipitavano in azioni e volontà collettive, con il preciso obiettivo di cambiare un assetto storico che sembrava granitico.
Basta anche leggere la letteratura dell’Ottocento, che sicuramente ha forgiato l’animo di una generazione di costituenti europei, per accorgersi come i poteri statali abbiano sempre “vissuto di vita propria” rispetto al regime politico di turno, cercando di sovvertirlo, dirottarlo o rinforzarlo anche in modo indiretto, ovvero perseguendo e svolgendo ognuno la propria funzione.
Napoleone e i Bonapartisti: terroristi prima, rivoluzionari poi, sconfitti e poi eroi. Mazzini e la Giovane Italia: un pugno di persone che sognava l’unione di un insieme di popoli che si rivedevano in diverse nobili casate, da riunire sotto un'unica bandiera. Fondi, finanziamenti esteri, segreti e complotti, avvelenamenti, volontà di pochi ma capaci di attivare sistemi complessi (e storiograficamente accertati) per un ideale più grande che, una volta divenuto vincitore, si conferma come ideale “giusto”.
Ecco il punto: chi scrive non vuole semplicemente invitare a riscoprire questa serie di eventi che hanno dell’incredibile, ma vuole porre e porsi una domanda: è tutto finito?
La storia è plastica nel mostrare come quelli che oggi sarebbero facilmente definiti “complotti”, nei secoli, siano stati motore dei principali eventi: congiure, associazioni segrete, guerre clandestine, casate che cercavano la propria rivalsa, nobili che per anni hanno aspettato il momento giusto per agire e prendersi ciò che ritenevano loro.
Ed è futile sicuramente in questo ragionamento fare un gioco delle parti (o dei partiti), in quanto è ovvio che loro sono portatori di specifici interessi ma, chiediamoci, è tutto qui? Mi sembra sempre di vivere una cronaca politica e storica in cui “le cose sono così” e gli eventi sono il “fenomeno” che si osserva e nella migliore delle ipotesi si aggiunge la solita lettura “favolistica” di buoni contro cattivi, di paladini della libertà contro fascisti che vogliono realizzare un progetto totalitario.
E questa mancanza di consapevolezza che la Storia non è finita – che il non equilibrio che abbiamo raggiunto non è definitivo, che dietro ogni atto c’è una lettura stratificata che emergerà negli anni, che gli interessi politici si allineano e si disallineano ciclicamente e sicuramente in modo non pubblico – si evolve quasi in una fiducia cieca in alcune istituzioni che, pena reato di lesa maestà, risultano ad oggi intoccabili. Si veda il fenomeno europeo, il fenomeno migratorio, il fenomeno di indebolimento dei parlamenti nazionali: tutte tendenze che, sicuramente piene di risvolti positivi, costituiscono eventi storico-contemporanei che sembrano essere intrinsecamente al riparo da quei processi così accattivanti che hanno caratterizzato tutte le grandi tappe della Storia. Ciò porta la società a leggerli ed interpretarli esclusivamente per come appaiono: mero frutto di una naturale propensione contemporanea e non (potenzialmente) parte di una volontà non ancora maggioritaria, ma che lo sarà senz’altro quando sarà impossibile tornare indietro.
Credere che il nostro presente sia esente da queste logiche sotterranee è il più grande errore della narrazione contemporanea, ovvero averci convinti che la Storia sia giunta a un binario morto, privo di elementi che sono stati invece fulcro di eventi fondamentali dei secoli passati. Ma il mondo non cambia né si normalizza sotto la spinta di una presunta maturità democratica. Le correnti profonde che muovono il mondo continuano a fluire sotto la superficie della cronaca quotidiana. Riconoscerlo non significa cedere a un complottismo sterile, ma riappropriarsi della consapevolezza che il mondo in cui viviamo non è un dogma immutabile, bensì un capitolo ancora aperto, scritto da forze che un giorno la storiografia si incaricherà di ricostruire.