Recensione al libro “Liberale è. Predicare inutilmente” di Giuseppe Benedetto

In un periodo storico contrassegnato da tanti fenomeni sociali ed economici che necessitano di essere affrontati con grande senso di responsabilità dai governi nazionali: “Liberale è. Predicare inutilmente” (ed. Rubettino) di Giuseppe Benedetto - avvocato e presidente della Fondazione Luigi Einaudi - è un testo ricco di consigli, suggerimenti e proposte durevoli, studiate per sopravvivere ai confini temporali della contingenza e dell’emergenza, che spesso animano e condizionano la politica. Con una scelta lessicale ed un’architettura del testo snella e fruibile, l’opera, che si apre con una significativa introduzione del noto economista Carlo Cottarelli, ha il dichiarato ed esplicito intento di stimolare una riflessione, presso l’opinione pubblica in generale e politica in particolare, sull’opportunità di abbracciare la cultura liberale, che in Italia ha sempre faticato a trovare riscontri nonostante la grande autorevolezza dei suoi esponenti: da Luigi Einaudi a Giovanni Malagodi. Nel proporre ciò, però, l’autore attentamente evita di addentrarsi su temi potenzialmente divisivi (si pensi a quelli etici) anche nell’attuale panorama liberale italiano, bensì preferisce, in questa sua attività promozionale, porre l’accento su questioni di carattere economico, amministrativo e fiscale. Nella prima parte dell’opera, quindi, Benedetto, dati alla mano, si impegna nella denuncia dell’inferno fiscale italiano, dell’aumento inesorabile (e della mala gestio) della spesa pubblica, della spaventosa e irragionevole burocrazia, che ogni anno soffoca ricchezze e opportunità. Come si può intuire, la ricetta per curare questi mali, con modalità diversificate per ciascun tema, è quella di una contrazione progressiva del ruolo dello Stato, al fine di far riemergere la vivacità produttiva dei singoli e delle imprese. Qui, qualche cenno merita di essere fatto relativamente alla viscerale questione attinente alla pressione fiscale, che viene affrontata ripartendo da un concetto spesso dimenticato ma imprescindibile e che è possibile sublimare nella massima “no taxation without representation”, ossia dell’affermazione dell’esistenza di un <<contratto implicito secondo cui i cittadini accettano di contribuire in cambio di servizi pubblici di qualità>> (Liberale è. Predicare inutilmente, pag. 14). Ciò ribadito, allora, Benedetto ne approfitta per compiere un’analisi fenomenologica, per la quale risulta inevitabile quel processo che determina che al diminuire della qualità dei servizi (foraggiati con i proventi delle imposte) offerti dallo Stato aumenti il numero di cittadini che decidono di non aderire più al patto fiscale, preferendo rivolgersi al parallelo sistema del sommerso, dell’illegalità e del “nero”. Per cui, a detta dell’autore, sotto questo profilo, urge rinvigorire il contratto sociale e impegnare lo Stato a dimostrare di saper gestire ogni euro ricevuto meglio di quanto il cittadino-contribuente avrebbe potuto fare. In questa direzione, quindi, solo <<un fisco liberale restituirebbe, al contempo, dignità al contribuente e responsabilità alla politica>> (Liberale è. Predicare inutilmente, pag. 20). Un’altra tematica di primaria importanza, sulla quale l’autore esprime tutta la propria preoccupazione per le future generazioni, è l’avanzata inesorabile del debito pubblico e del correlato aumento della spesa pubblica, che in questi decenni sta toccando vette mai raggiunte. Secondo Benedetto, la gestione della spesa pubblica non è una questione noiosa da riservare ai “falchi”, bensì il principale modo attraverso il quale assicurare la sostenibilità del bilancio del Paese, evitando che le scelte sbagliate di oggi pesino come un macigno sulle persone, sulle imprese e sull’Italia del domani. D’altronde, il debito pubblico è una tassazione differita che, in un futuro più o meno prossimo, porterà ad un nuovo innalzamento delle imposte, con tutte le connesse problematiche. Infine, grande attenzione viene riservata al ruolo stesso dello Stato e alla ridefinizione dei suoi compiti, che certamente non sono quelli di creare posti di lavoro inutili ovvero di produrre spasmodicamente leggi e regolamenti, nell’erronea convinzione che le difficoltà possano essere risolte per il tramite di nuove norme. Riprendendo il pensiero di Hayek, Benedetto avverte: <<quando la pianificazione pubblica pretende di orchestrare tutto, l’iniziativa privata retrocede; scelte, tempi e rischi vengono trasferiti dalla sfera del singolo a quella dell’apparato, e la società si adatta, rinunciando a priori ad agire, investire, creare lavoro e valore>> (Liberale è. Predicare inutilmente, pag. 58). Per l’autore, il ricorso alle norme - spesso mal scritte e di difficile comprensione - è inoltre foriero di abusi e di corruzione: fenomeni che trovano terreno fertile nella complessità, nell’eccesso e nell’inefficienza burocratica. In questa direzione, un’altra partita del libro viene inoltre giocata sui temi della sanità e delle autonomie locali, con particolare focus sulle Regioni. Con i suoi moniti Benedetto rivendica uno Stato che favorisca la concorrenza, che liberalizzi gli ambiti dell’agire, piuttosto che reprimerli. Ponendosi nel solco della tradizione librale classica, il libro ribadisce un concetto tanto semplice quanto dimenticato: sono gli individui, i cittadini che danno legittimazione allo Stato e non viceversa. Fuorviante e nociva è, perciò, quell’idea – che ahinoi ancora giganteggia in Italia - che ritiene le libertà alla stregua di concessioni che lo Stato fa al cittadino per il tramite di una legge. Vanno invertiti i rapporti di forza: lo Stato di per se stesso non è libertà, ma è quell’entità che è chiamato a riconoscerla e ne coordina e limita l’uso affinché questa non degeneri in licenza, come predicava anche Don Luigi Sturzo.

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COMUNICATO STAMPA CREATURE ITALIA SUL FINE VITA IN VENETO: «UNO STATO LIBERALE È UNO STATO CHE CONOSCE I PROPRI LIMITI» 

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Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV. Il concetto di dignità nell’epoca della tecnica e dell’intelligenza artificiale