COMUNICATO STAMPA CREATURE ITALIA SUL FINE VITA IN VENETO: «UNO STATO LIBERALE È UNO STATO CHE CONOSCE I PROPRI LIMITI»
«Lo Stato torni alle sue funzioni: sicurezza esterna e interna, giustizia e tutela delle libertà. La vita viene prima dello Stato: non è lo Stato a crearla e non spetta allo Stato procurare la morte dei più fragili.»
Creature Italia esprime la propria netta contrarietà alla posizione promossa da Luca Zaia sul suicidio medicalmente assistito e, soprattutto, all'idea che la sua regolamentazione debba rappresentare oggi una priorità politica per il Veneto.
Nella sua lettera aperta del 29 agosto, il presidente del Consiglio regionale ha invocato il «coraggio» delle istituzioni, sostenendo che il Veneto debba assumersi la responsabilità di organizzare procedure, verifiche e assistenza sanitaria relative alle richieste di suicidio medicalmente assistito.
È proprio sulla parola coraggio che intendiamo dissentire.
Nella seduta del Consiglio regionale di settembre è stato stabilito che la proposta sul fine vita venga esaminata prima degli schemi relativi all'autonomia differenziata.
Dopo quasi nove anni di attesa per attuare la volontà espressa da oltre due milioni di veneti, improvvisamente l'urgenza sarebbe un'altra: organizzare amministrativamente il suicidio medicalmente assistito.
È questa la priorità? È su questo che bisognava dimostrare coraggio?
Noi crediamo di no.
----------Uno Stato liberale deve innanzitutto conoscere i propri limiti----------
La nostra contrarietà non nasce dalla volontà di costruire uno Stato paternalista che decida come ogni individuo debba vivere.
Nasce, al contrario, da una concezione liberale e libertaria del limite del potere pubblico.
Frédéric Bastiat, ne La Legge, parte da un principio radicalmente semplice: la persona, la libertà e la proprietà vengono prima della legislazione. Non esistono perché lo Stato le concede. É la legge ad avere ragione di esistere perché deve proteggerle.
È una lezione che la politica contemporanea sembra avere dimenticato.
In una concezione liberale dello Stato, la forza pubblica ha anzitutto alcune funzioni essenziali: difendere la comunità dalle aggressioni esterne, presidiare il territorio e i confini, garantire sicurezza interna, proteggere persone e proprietà dalla violenza, reprimere il crimine e assicurare una giustizia effettiva.
Sono questi i compiti per i quali i cittadini rinunciano a una parte della propria libertà e consegnano allo Stato il monopolio della forza.
Uno Stato che non riesce a garantire adeguatamente queste funzioni dovrebbe essere estremamente prudente prima di inventarsene continuamente di nuove.
E invece assistiamo al contrario.
Abbiamo uno Stato che mostra enormi difficoltà nel controllo dei propri confini e nella tutela della sicurezza esterna; uno Stato che fatica a garantire la sicurezza interna nelle città, nelle strade e perfino nelle abitazioni; territori nei quali gli stupri, lo spaccio di droga e le rapine sono una presenza quotidiana; una giustizia dai tempi incompatibili con la vita delle persone.
Abbiamo contemporaneamente un servizio sanitario nel quale troppi cittadini attendono mesi per una visita, un esame o un intervento; famiglie lasciate sole davanti alla disabilità; persone non autosufficienti che devono combattere contro la burocrazia per ottenere una carrozzina, un'assistenza domiciliare, un fisioterapista, uno psicologo o semplicemente qualche ora in più di aiuto.
Eppure lo stesso apparato pubblico che non riesce a garantire tempestivamente tutto questo dovrebbe diventare impeccabile, organizzato ed efficiente quando si tratta di accompagnare qualcuno alla morte.
Questo, per noi, è il più inquietante dei paradossi.
----------La vita non è una concessione dello Stato----------
Esiste una ragione ancora più profonda.
La vita non è un prodotto dello Stato.
Non nasce da una legge, non viene attribuita da un funzionario, non dipende da un'autorizzazione amministrativa.
Precede lo Stato.
E proprio perché la vita precede lo Stato, ne rappresenta anche uno dei limiti.
Per la medesima ragione siamo contrari alla pena di morte anche quando venga invocata nei confronti dell'autore dei delitti più mostruosi. Si può pensare che un assassino meriti la più severa delle pene, ma uno Stato liberale deve riconoscere che esiste un punto oltre il quale il suo potere non può arrivare.
Non perché la vita appartenga allo Stato, ma precisamente perché non gli appartiene.
E se il potere pubblico non deve togliere la vita al colpevole, troviamo ancora più difficile accettare che costruisca procedure, strutture e prestazioni per procurare o agevolare la morte del malato, del disabile, della persona depressa o della persona che in quel momento percepisce se stessa come un peso.
Questo non significa sostenere che lo Stato sia proprietario del corpo dell'individuo o che debba imporre cure contro ogni volontà.
Significa distinguere la libertà individuale dall'intervento positivo dell'apparato pubblico.
Una cosa è porre un limite allo Stato. Altra cosa è chiedere allo Stato di diventare organizzatore, garante e finanziatore della morte.
-----La libertà della persona fragile non si misura nel momento in cui si sente un peso-----
C'è poi una domanda autenticamente libertaria che troppo spesso viene evitata: quanto è davvero libera una scelta quando chi la compie si sente inutile, costoso o di troppo?
Creature Italia ha incontrato, direttamente o attraverso persone a noi vicine, malati gravi che hanno attraversato periodi di disperazione.
Alcuni di loro ci hanno raccontato che, nei momenti peggiori, se avessero avuto davanti una procedura semplice e già predisposta per morire, avrebbero potuto aderirvi.
Non perché, guardando oggi alla propria vita, desiderassero realmente essere morti.
Ma perché pensavano di essere diventati un problema.
Perché vedevano un coniuge stanco.
Perché vedevano i figli occuparsi continuamente di loro.
Perché le cure costavano.
Perché avevano bisogno di essere lavati, accompagnati, sollevati dal letto.
Perché pensavano: “Tolgo il disturbo”.
Ecco il punto.
Una società libera deve essere terrorizzata dall'idea che una persona possa scegliere la morte non perché autenticamente la desideri, ma perché ha interiorizzato il costo che rappresenta per gli altri.
La libertà non consiste semplicemente nel mettere davanti a un uomo disperato due pulsanti e dirgli che può scegliere.
La libertà richiede che nessuno senta che una delle due opzioni sia socialmente preferibile perché costa meno, disturba meno, impegna meno parenti, medici e strutture.
----------Domenico rideva, scherzava, fumava. E progettava un viaggio----------
Per questo la vicenda di Domenico Zuccarella dovrebbe essere letta con molta attenzione.
Domenico, 59 anni, affetto da sclerosi multipla, è morto il 25 agosto 2026 dopo aver avuto accesso al suicidio assistito attraverso la sanità lombarda.
Non intendiamo stabilire dall'esterno quali fossero le sue intenzioni più profonde. Sarebbe irrispettoso.
Ma esiste la testimonianza pubblica di Deborah Giovanati, sua amica, che racconta al giornale Tempi gli ultimi mesi trascorsi insieme a lui. Ed è una testimonianza che pone domande enormi.
Giovanati racconta di un Domenico che, quando gli amici andavano a trovarlo, mangiava con loro, beveva vino, fumava sigarette, scherzava e rideva.
Racconta che si incontravano ogni settimana e si scrivevano quotidianamente.
Racconta che quelle visite gli sembravano quasi «una domenica di festa».
Racconta che usciva volentieri a mangiare in un ristorante vicino.
E soprattutto racconta che c'erano ancora progetti rivolti al futuro.
Se la data fosse stata più lontana, avevano programmato per settembre una visita a un suo amico monaco a Chiaravalle. Stavano persino progettando di andare in vacanza insieme l'estate successiva; secondo Giovanati, Domenico sarebbe stato disponibile a partire anche subito.
Allo stesso tempo, la testimonianza descrive una condizione assistenziale desolante: una carrozzina inadeguata, pochissima autonomia, lunghe ore trascorse guardando il soffitto, assenza - secondo quanto riferito - di terapia occupazionale e di un adeguato sostegno psicologico.
E racconta una frase che dovrebbe togliere il sonno a qualsiasi legislatore: Domenico si sentiva inutile.
Non sappiamo e non pretendiamo di sapere cosa avrebbe scelto Domenico in condizioni differenti.
Ma possiamo porre una domanda.
Prima di rendergli efficiente la strada verso la morte, siamo sicuri che la società gli avesse reso altrettanto efficiente la strada verso una vita migliore?
----------Lo Stato non può avere un interesse economico nella tua scomparsa----------
Esiste anche una questione di incentivi, e un liberale dovrebbe comprenderla immediatamente.
Curare costa.
Un'assistenza domiciliare seria costa.
Garantire una persona che aiuti un disabile ad alzarsi dal letto più volte al giorno costa.
Una carrozzina tecnologicamente adeguata costa.
Fisioterapia, supporto psicologico, infermieri, accompagnamento e strutture costano.
Una persona gravemente malata può costare al sistema sanitario per anni.
La sua morte interrompe quei costi.
Questo non significa – ed è importante dirlo – che medici, infermieri o amministratori vogliano uccidere i malati per risparmiare. Sarebbe un'accusa gratuita e indegna.
Significa però che esiste un conflitto strutturale di incentivi che dovrebbe indurre il legislatore alla massima cautela.
Il soggetto che deve pagare per mantenerti, curarti e assisterti non dovrebbe mai farti percepire che esiste una soluzione amministrativamente più semplice nella quale tu cessi di rappresentare un costo.
È precisamente questo il genere di concentrazione del potere che un pensiero autenticamente liberale dovrebbe guardare con sospetto.
Lo Stato ti dice: lo facciamo «per te», «nel tuo interesse», «per rispettare la tua volontà».
Ma il confine è sottilissimo.
Perché il giorno in cui il malato comincia a pensare che morire sia anche nell'interesse degli altri, la libertà è già compromessa.
----------L'Olanda dimostra che i confini possono spostarsi----------
E non è irragionevole interrogarsi sul cosiddetto piano inclinato.
L'esperienza olandese offre dati che meritano di essere conosciuti senza caricature.
Nel 2024 una Commissione regionale olandese per il controllo dell'eutanasia ha esaminato e ritenuto conforme alla legge il caso di un ragazzo tra i 16 e i 18 anni la cui richiesta di eutanasia nasceva da sofferenze di natura psichiatrica. Al giovane erano stati diagnosticati un disturbo dello spettro autistico, problemi d'ansia e dell'umore; aveva vissuto sentimenti depressivi fin dall'infanzia e da anni presentava pensieri suicidari persistenti.
Non fu peraltro l'unico caso di minore con sofferenza psichiatrica esaminato nel 2024: un'altra decisione ufficiale riguarda una ragazza fra 16 e 18 anni con disturbo post-traumatico da stress, sintomi depressivi, struttura evitante di personalità e abuso di sostanze.
Nel 2025, nei Paesi Bassi, sono stati registrati 174 casi di eutanasia nei quali la sofferenza derivava prevalentemente da disturbi psichiatrici; diciannove riguardavano persone tra 18 e 30 anni. Nel 2024 i casi psichiatrici erano stati 219, dei quali trenta sotto i trent'anni.
Non sosteniamo che l'Italia debba seguire la stessa traiettoria.
Sosteniamo qualcosa di molto più ragionevole: quando viene oltrepassato un limite, si apre una breccia entro cui si faranno spazio scenari non preventivati. Come i suicidi in Olanda dei sedicenni depressi.
----------Quando lo Stato comincia a misurare il valore della vita----------
C’è infine una domanda che la storia europea ci impone di non considerare mai retorica: chi stabilisce quando una vita è ancora degna di essere sostenuta?
Naturalmente nessuno sostiene che chi oggi è favorevole al suicidio assistito condivida le ideologie criminali del Novecento. Sarebbe un’accusa falsa, oltre che intellettualmente disonesta.
Ma proprio la storia insegna che occorre diffidare radicalmente del principio secondo cui il valore di una vita possa essere messo in relazione con la sua salute, la sua autonomia, la sua produttività o il costo necessario per mantenerla e assisterla.
Nel Novecento questa concezione raggiunse la propria forma più mostruosa nel programma nazista tedesco denominato Aktion T4, attraverso il quale il regime arrivò a sopprimere sistematicamente persone con disabilità fisiche e psichiche, considerate esistenze prive di valore e un peso per la comunità.
Il punto non è stabilire un’equivalenza tra quel crimine e il dibattito odierno. Il punto è riconoscere il principio dal quale una società libera deve tenersi lontanissima: l’idea che possa esistere un interesse collettivo superiore alla permanenza in vita della persona fragile.
Perché nel momento in cui cominciamo a ragionare in termini di costi, sostenibilità, utilità e peso sociale dell’individuo, la domanda inevitabilmente cambia.
Non è più soltanto: «Questa persona vuole morire?».
Diventa, anche inconsapevolmente: «Quanto costa continuare a farla vivere? Quanto pesa sugli altri? Quanto è ancora autonoma? Quanto è ancora utile?»
Ed è precisamente questa domanda che uno Stato liberale non dovrebbe mai permettersi di formulare.
La dignità dell’uomo non cresce con la sua autosufficienza e non diminuisce con la sua dipendenza.
Un giovane sano, un anziano immobilizzato in un letto, una persona con una grave disabilità, un malato psichiatrico e un uomo che necessita di assistenza ventiquattr’ore al giorno possiedono esattamente lo stesso valore.
Nessuno è uno scarto.
Nessuna esistenza può essere pesata.
Nessuna vita può essere contabilizzata come una passività.
Ed è proprio quando un individuo è più debole, meno produttivo, meno autonomo e più costoso che il limite imposto al potere pubblico deve diventare più forte, non più debole.
Il liberalismo nasce anche da questo: dalla diffidenza verso un potere che pretende di sapere quale sia il bene dell’individuo meglio dell’individuo stesso e, soprattutto, dalla necessità di impedire che il presunto bene della collettività possa schiacciare la singola persona.
Per questo troviamo inquietante l’espressione, apparentemente compassionevole, secondo cui la morte verrebbe organizzata «nel tuo interesse» o «per il tuo bene».
Quando dietro quella scelta esiste anche un apparato pubblico che sostiene il costo della tua malattia, il sospetto liberale deve essere massimo.
Perché il compito dello Stato non è stabilire quando la tua vita sia diventata troppo difficile, troppo dipendente o troppo costosa.
Il suo primo dovere è precisamente quello di non arrogarsi mai un simile giudizio.
----------La libertà viene prima dello Stato----------
Creature Italia non chiede uno Stato più grande.
Chiede esattamente il contrario.
Chiede uno Stato che faccia poche cose e le faccia bene.
Che difenda i confini.
Che protegga il territorio.
Che garantisca la sicurezza delle persone nelle case e nelle strade.
Che contrasti criminalità e spaccio.
Che amministri una giustizia rapida.
Che impedisca a un uomo di usare violenza contro un altro uomo.
Che, quando assume il compito della sanità, non lasci un malato per mesi in attesa di una visita e un disabile per ore a fissare un soffitto.
E, soprattutto, chiede uno Stato abbastanza umile da sapere dove deve fermarsi.
----------Vita, libertà e persona vengono prima dello Stato----------
È proprio perché crediamo nella libertà individuale che non vogliamo consegnare allo Stato un potere ulteriore e terribile sulla fase più fragile dell'esistenza umana.
Ed è per questo che troviamo profondamente statalista – oltre che contraria a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale - l'idea che la morte debba diventare una procedura pubblica, con tempi amministrativi, commissioni, protocolli, personale sanitario e strutture incaricate di renderla possibile.
Lo Stato che pretende di accompagnarti alla morte dopo non essere riuscito ad accompagnarti nella vita non è uno Stato liberale.
È uno Stato che ha dimenticato il proprio limite.
Per questo diciamo ai Consiglieri regionali che questa battaglia è sbagliata.
Il coraggio non è trasformare il suicidio assistito in una priorità regionale.
Il coraggio sarebbe portare fino in fondo, con la stessa enfasi e con la stessa determinazione, la richiesta di autonomia sulla quale nel 2017 si espressero favorevolmente più di 2,27 milioni di veneti, il 98% dei votanti.
Il coraggio sarebbe restituire spazio alle comunità locali, alle associazioni e alle imprese del territorio.
Il coraggio sarebbe pretendere uno Stato centrale concentrato sulle sue funzioni essenziali: sicurezza esterna, tutela dei confini, sicurezza interna, giustizia.
Il coraggio sarebbe dire a una persona malata:
non sei una pratica da chiudere.
Non sei una voce di costo.
Non sei un peso del quale la collettività deve liberarsi.
La dignità dell'individuo non si misura al chilogrammo e non entra in un foglio Excel della spesa sanitaria.
Prima dello Stato viene la persona.
Prima della legge viene la libertà.
E prima di procurare la morte, una società civile dovrebbe poter affermare, senza esitazioni, di avere fatto davvero tutto ciò che era umanamente possibile per rendere quella vita più umana, più autonoma e meno sola.
Padova, 30 agosto 2026
Creature Italia