La Rosa Bianca: storia segreta di una resistenza studentesca e cristiana al nazismo

Il 22 febbraio, ricorre la memoria del sacrificio dei giovani della “Rosa Bianca”: in questo giorno del 1943 Sophie Scholl, Hans Scholl e Christoph Probst furono processati e condannati dal Tribunale del Popolo nazista e, poche ore dopo, giustiziati (sarebbe meglio dire, assassinati) dal regime.

Questa data che non appartiene solo alla cronaca storica, ma alla coscienza europea: perché ricorda fin dove può spingersi uno Stato quando la legge viene svuotata della giustizia e trasformata in strumento di dominio.

È dentro questo orizzonte che si colloca il film “La Rosa Bianca - Sophie Scholl” del 2005 diretto da Marc Rothemund, lungometraggio ambientato a Monaco di Baviera nella Germania nazionalsocialista, che racconta la vicenda di Sophie Scholl (interpretata da Julia Jentsch), studentessa universitaria che, insieme a pochi compagni - tra cui il fratello Hans e l’amico Christoph Probst - anima un gruppo di ispirazione cristiana, piccolo ma combattivo, deciso a opporsi alla dittatura con la forza della parola, della responsabilità e della coscienza. Basato su una storia vera e su documenti emersi in seguito, il film si impone come una lezione di democrazia “per contrapposizione”: mostra l’abisso del totalitarismo, ma soprattutto fa risplendere ciò che lo giudica dall’interno, la dignità irriducibile della persona.

Al centro della narrazione stanno due valori essenziali: coscienza e libertà, quella libertà che nel film è definita “il tesoro più prezioso che abbiamo”. Quasi “spettacolare”, nella sua sobrietà, è il confronto tra Sophie e il funzionario di polizia Robert Mohr (Gerald Alexander Held): non un semplice interrogatorio, ma un duello morale in cui il potere tenta di ridurre l’essere umano a ingranaggio obbediente, mentre la coscienza rivendica la propria sovranità. Sophie non oppone violenza a violenza: oppone verità a menzogna, e lo fa con una lucidità che è, insieme, forza civile e forza spirituale.

Il film rende palpabile come il totalitarismo nasca dall’offuscamento dell’io interiore e dall’uso immorale del diritto, degradato da garanzia di giustizia a meccanismo di oppressione. Emblematica è la rappresentazione del processo: privo di reali garanzie difensive, ridotto a teatro della condanna già scritta, dove la legge non cerca il vero, ma esegue un copione politico. In questo scenario, la “Rosa Bianca” incarna una resistenza “passiva” solo nel senso delle armi: in realtà è una resistenza attiva della coscienza, che afferma con i volantini e con la vita: “noi non rimarremo in silenzio”.

Rothemund costruisce anche una riflessione sulla forza delle idee: idee che, nel film, diventano seme di rinnovamento contro la canea fanatica e disumana del potere. E questa canea è resa efficace da figure che, pur secondarie, sono altamente simboliche: il bidello del mondo universitario; il giudice, sbrigativo esecutore di una sentenza politicamente prescritta; il poliziotto “sosia” di Hitler, monito visivo di ciò che può produrre l’obbedienza cieca quando l’autorità è separata dal bene e dalla verità.

Sul piano scenografico e fotografico, le antitesi vengono sottolineate dal ricorso insistito alla luce e ai toni cupi: la luce del cielo guardato dalla protagonista, la lampada puntata sul volto come forma di pressione, la candela che rischiara la cella; contrapposte al buio della stanza dell’inquisizione e della prigione. È una grammatica simbolica trasparente: la luce come segno di coscienza, giustizia e - nel caso di Sophie - anche di fede; il buio come tinta morale della barbarie dei persecutori, che antepongono una ragion di Stato fragile e strumentale alle ragioni forti della persona.

In questa prospettiva, “La Rosa Bianca” non è solo un film storico, ma una meditazione sul rapporto tra verità e libertà. La libertà autentica non è capriccio: è scelta del bene, è responsabilità; e nella vicenda di Sophie si comprende come la fede cristiana possa diventare sorgente di coraggio, non per cercare la morte, ma per restare fedeli alla vita vera — quella che nessun potere può confiscare. L’abbraccio finale dei tre amici, a comporre simbolicamente la “Rosa Bianca”, suggella un vincolo che supera la sentenza: la violenza può interrompere una vita, ma non può vincere la verità che quella vita ha testimoniato.

Così la pena inflitta dal regime si rivela, in ultima analisi, una sconfitta del potere davanti alla libertà dell’anima: e la “Rosa Bianca” rimane, ben oltre il 22 febbraio 1943, come memoria viva di coscienza, giustizia e speranza.

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