L’unificazione europea come nuova frontiera del collettivismo: il caso per il federalismo competitivo e legge policentrica - Parte Seconda

di Carlo Lottieri, Rivista di studi libertari, Volume 16, n. 1 (inverno 2002), pp. 23-43, Ludwig von Mises Institute

QUATTRO SUPERSTIZIONI COLTIVATE DAI SOGNATORI DI UN SUPERSTATO CENTRALIZZATO

Prima superstizione: La libertà individuale e il policentrismo giuridico generano tensioni e, in ultima analisi, guerre

Negli ultimi secoli, i Paesi europei sono stati teatro di numerosi conflitti, dovuti principalmente all’imperialismo e alle ideologie stataliste. Eppure, tali tragedie vengono spesso interpretate attraverso il ricorso al celebre argomento hobbesiano. Secondo molti intellettuali e politici contemporanei, i popoli europei erano nemici in passato perché divisi dai confini di Stati sovrani; ne consegue che solo la costruzione di istituzioni politiche comuni potrebbe garantire un futuro pacifico. In questa visione, l’unificazione europea rappresenta soltanto una tappa di un percorso più ampio, volto all’unificazione politica dell’intero mondo.

Nel XVII secolo, Thomas Hobbes, turbato dalle profonde divisioni religiose del suo tempo, concepì il Leviatano come l’unico apparato in grado di imporre la pace. Attraverso il contratto sociale, gli individui rinunciavano alle proprie libertà in cambio della sicurezza della vita e dell’ordine. [1] Lo Stato si affermava così come la condizione necessaria per scongiurare il caos, la guerra e l’anarchia. La sua prima legittimazione risiedeva nella paura dell’individuo di essere ucciso da un proprio simile. Questa interpretazione rimane tuttora largamente condivisa e presuppone implicitamente che lo Stato possa fungere da potere “neutrale”, privo di una propria ideologia e dunque capace di neutralizzare qualsiasi conflitto religioso, sociale o ideologico.

Tuttavia, tali argomentazioni non sono coerenti con i fatti. Le guerre di religione si estinsero solo quando una nuova forma di religione (l’ideologia statalista) impose il proprio potere sulla società civile e sulle fedi tradizionali. All’inizio della modernità, il potere secolare divenne “sovrano”, perdendo i propri limiti morali a seguito di opere come il Defensor Pacis di Marsilio da Padova e Il Principe di Machiavelli.  [2] Ma il successo di questa particolare forma di “pace” segnò l’inizio di un’aggressione statalista ancora più profonda contro le confessioni libere. Fu inoltre la condizione preliminare per l’instaurazione dei regimi totalitari contemporanei. [3]

La nozione hobbesiana secondo cui un ordine spontaneo come un libero mercato di regole, leggi e istituzioni, sarebbe una impossibilità teorica, deve essere riconosciuta come il più rilevante fattore culturale all’origine di questo processo. È proprio tale idea che oggi spinge i leader continentali verso un rafforzamento della coesione politica e una riduzione della concorrenza economica. Eppure, contro questa visione esistono numerosi argomenti, sia teorici sia empirici. L’esperienza concreta dimostra che gli uomini possono, e di fatto sanno, creare cooperazione e armonia anche in assenza di un monopolio giuridico. [4]

Inoltre, la creazione di un potere democratico europeo ridurrebbe la concorrenza. Ad esempio, se oggi il governo italiano può decidere di ridurre le imposte per timore che capitali e imprese possano lasciare il Paese (per cogliere, ad esempio, nuove opportunità in Germania, Francia o nel Regno Unito), in uno Stato europeo unificato persino questa remota possibilità verrebbe meno. Non a caso, l'“armonizzazione” è la parola d’ordine più frequentemente utilizzata dagli unificazionisti militanti.

L’economia globale è uno spazio di pace e di scambi proprio perché, nel mercato, i rapporti cui ogni attore partecipa sono volontari. L’aumento dell’unificazione politica, al contrario, è una via certa verso una maggiore conflittualità, poiché popoli diversi, settori produttivi differenti e regioni eterogenee si fondano su istituzioni, metodi e tecniche differenti. L’unificazione politica impone una soluzione “valida per tutti” a ogni problema, mentre in un contesto competitivo emergono soluzioni diverse in luoghi diversi.

È inoltre importante ricordare che, in Spagna e in Gran Bretagna, la persistenza di politiche centraliste (nonostante l’opposizione dei movimenti secessionisti baschi e irlandesi) rappresenta un fattore rilevante nei conflitti radicali. L’attuale situazione europea dimostra che è impossibile unificare i popoli in modo coercitivo e, al contempo, pretendere relazioni pacifiche. Un’Unione imposta costituirebbe il presupposto di ogni genere di tensione.

Infine, il processo di democratizzazione europea potrebbe anche tradursi in una presenza più incisiva degli eserciti europei nel mondo. La conseguenza sarebbe una nuova forma di imperialismo, che finirebbe per riprodurre gli aspetti peggiori della recente storia americana.

[1] Thomas Hobbes, Leviatano, a cura di Richard Tuck (Cambridge: Cambridge University Press, 1996). Alcuni liberali classici contemporanei accettano l’analisi utilitaristica hobbesiana della necessità di passare dallo stato di natura a un governo organizzato e monopolistico. Si veda, ad esempio, James M. Buchanan, The Limits of Liberty: Between Anarchy and Leviathan (Chicago: University of Chicago Press, 1975); e Richard A. Epstein, Takings: Private Property and the Power of Eminent Domain (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1985).

[2] Marsilio da Padova, Il difensore della pace, trad. di Alan Gewirth (New York: Columbia University Press, 1956); e Niccolò Machiavelli, Il Principe, trad. di George Bull (Londra: Penguin Books, 1961).

 [3] Nel corso del XX secolo, la persecuzione di cristiani, ebrei, musulmani e buddhisti in ogni regime comunista e totalitario — così come nella propaganda secolarista di molte società democratiche occidentali — ha messo in luce la vera natura “religiosa” della soluzione machiavellico-hobbesiana.

[4] Si veda, ad esempio, Robert Axelrod, The Evolution of Cooperation (New York: Basic Books, 1984).

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