Emigrazione forzata e tratta di schiavi, attraverso la testimonianza di Santa Bakhita.
“Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei cristiana e religiosa…”.
La figura di Santa Giuseppina Bakhita rappresenta una delle testimonianze più forti e universali contro la tratta degli esseri umani. Bakhita nacque nel 1869 nel Darfur, oggi Sudan, e trascorreva una vita felice con la sua famiglia numerosa nella sua comunità africana, quando, all’età di 9 anni, fu rapita da due arabi, trafficanti di schiavi, recte trafficanti di uomini e bambini.
Durante la prigionia, ancora bambina, subì un vero calvario, fatto di torture cruente. Le vennero inferti più di cento tagli di rasoio sul corpo, poi cosparsi di sale per accentuare il dolore. Bakhita disse: “pareva di morire ad ogni momento… immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese distesa sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente mi usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.
La sofferenza patita fu tale che la giovanissima donna si dimenticò il suo nome e così venne rinominata dai suoi rapitori con sadico scherno Bakhita, che in arabo significa “fortunata”.
Fu quindi venduta a più padroni, fra cui un feroce generale turco che sottopose la piccola Bakhita a ulteriori torture crudeli, tra cui il doloroso rito del tatuaggio e della scarificazione in modo da garantire che i segni rimanessero permanenti e visibili sulla pelle. Il suo padrone turco dovette rientrare in Turchia e decise di smantellare la sua servitù e vendere gran parte dei suoi schiavi. A Khartoum (la capitale del Sudan) Bakhita venne comperata da un console italiano, il signor Callisto Legnani. Per la prima volta dal giorno del suo rapimento si accorse che nessuno, nel darle comandi, usava più lo staffile, anzi la si trattava con maniere gentili. Nella casa del console, la giovane conobbe la serenità, l'affetto e momenti di gioia, anche se sempre velati dalla nostalgia di una famiglia propria, perduta forse, per sempre.
L’evolversi delle situazioni politiche costrinsero il console a partire per l'Italia. Bakhita, oramai legata al suo nuovo padrone italiano, chiese di partire con lui e con un suo amico, un certo signor Augusto Michieli. Giunti a Genova, il Signor Legnani, su insistente richiesta della moglie del Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro. La giovane ragazza seguì la nuova «famiglia» nell'abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l'amica.
L’acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito. Non potendo condurre con sé la piccola Mimmina e Bakhita, e dovendo trovare per entrambe una sistemazione sicura durante la sua assenza, la famiglia genovese si rivolse all’ambiente veneziano nel quale la famiglia era inserita. Fu così che Bakhita giunse a Venezia, non per scelta, ma come accompagnatrice e custode della bambina affidata alle sue cure.
In quella fase ebbe un ruolo decisivo Illuminato Checchini, amministratore dei Michieli a Zianigo, uomo di fede e di profonda sensibilità, che Bakhita conobbe a Venezia e che avrebbe ricordato per tutta la vita con gratitudine, come una figura paterna. Fu lui a donarle un piccolo crocifisso, spiegandole il mistero di Cristo morto per amore degli uomini, e fu ancora lui a consigliare alla signora Michieli di affidare Bakhita e la piccola Mimmina alle Suore Canossiane dell’Istituto dei Catecumeni di Venezia. Quel gesto, apparentemente semplice, aprì a Bakhita la via alla conoscenza della fede cristiana e, più tardi, alla vocazione religiosa. Ed è proprio lì, nei pressi delle Zattere, che la giovane ragazza africana conobbe quel Dio che fin da bambina «sentiva in cuore senza sapere chi fosse» e al quale si rivolgeva da bambina pur senza conoscerlo «vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose? E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio».
Dopo nove mesi di permanenza nel convento veneziano, avvolta nel calore e nella bellezza di quel luogo, la giovane si innamorò della sua nuova vita. A quel punto, la signora Michieli reclamò il rientro di Bakhita in famiglia, in quanto la riteneva ancora di sua proprietà, ma la giovane con fermezza di spirito, sorretta dalla sua grande vocazione, si oppose, nonostante provasse affetto e riconoscenza nei confronti della sua famiglia ospitante.
Il Procuratore del re e il Tribunale di Venezia intervennero sul caso e stabilirono il diritto della giovane a tornare libera e a ricevere la cittadinanza italiana. In Italia, quindi, Bakhita ritrovò la libertà, intraprendendo un cammino spirituale che la portò a diventare suora canossiana. Da Venezia fu trasferita nell’istituto delle Canossiane a Schio, in provincia di Vicenza, dove svolse le sue umili mansioni con fede e dedizione verso chiunque. “Madre moretta”, così venne affettuosamente chiamata da chi frequentava il convento di Schio. Morì l’8 febbraio del 1947.
Fu molto amata dai paesani, che per quarantacinque anni conobbero il suo sorriso, la sua voce calma, la sua semplicità d’animo e il suo infinito amore per Gesù Cristo. Si dedicò umilmente a tutti i servizi, in particolare alla cura dei bambini orfani e malati, vittime incolpevoli della prima guerra mondiale. In quest'ultimo gesto di carità le sue mani si posavano dolci e carezzevoli sulle teste dei bambini che ogni giorno frequentavano le scuole dell'Istituto e diceva loro «Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!». La sua voce amabile, che aveva l'inflessione delle nenie e dei canti della sua terra natìa, giungeva al cuore dei piccoli, confortava i poveri e leniva le ferite dei sofferenti. Un canto dolce di coraggio a quanti bussavano alla porta dell'Istituto, alla porta del suo cuore mai trafitto definitivamente dal male che aveva subito. La sua umiltà, la sua semplicità e il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti, nonostante il suo colore della pelle, nonostante le sue origini. Si fece amare anche dalle consorelle, che la stimavano per la sua dolcezza infinita, la sua squisita bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore.
Santa Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.
Il 17 aprile 1992, in occasione della sua beatificazione, Bakhita è stata chiamata da Papa Giovanni Paolo II come “Sorella universale”, un simbolo di riscatto dalla schiavitù, testimone di un amore che non conosce limiti. Il primo ottobre 2000, nel giorno della sua canonizzazione, il Papa la descrisse come una “difenditrice dell’autentica emancipazione”. Santa Giuseppina Bakhita è stata ricordata, inoltre, da papa Benedetto XVI nell’Enciclica “Spe salvi” del 2007, come esempio di speranza cristiana, poiché l’incontro con Cristo l’ha liberata interiormente dalla schiavitù, le ha donato la certezza di essere amata da un “Paron” buono, diventando “libera figlia di Dio”.
La sua vera liberazione, infatti, avvenne solo quando giunse a Venezia e incontrò la Chiesa, la sua vera casa. La sua santità fu quindi un dono per lei e per tutta l’umanità. Una santità fiorita nella infinità dell’amore incarnato, oltre i confini angusti delle nazioni e della violenza. Così ogni 8 febbraio, ricorrenza della sua santificazione, si celebra la Giornata mondiale di preghiera contro la tratta degli esseri umani.
La storia di Bakhita ci permette di riflettere su un fenomeno che non appartiene soltanto al passato, ma continua ad affliggere l’Africa e, in un paradossale circolo del male, coinvolge anche l’Europa. L’Africa è stata, e rimane ancora oggi, un serbatoio inesauribile di vite esposte alla violenza, allo sfruttamento e alla sopraffazione. La tratta di esseri umani, infatti, non solo continua a esistere, ma appare oggi ancora più insidiosa, perché organizzata attraverso reti criminali capaci di esercitare impunemente terrore e dominio sulle comunità autoctone. Queste ultime, spesso prive degli strumenti economici e sociali necessari per difendersi, restano esposte a dinamiche di destabilizzazione alimentate da poteri e interessi che colpiscono l’Africa e, di riflesso, anche l’Europa, quale continente d’approdo. Spesso, peraltro, tali azioni criminali si servono dell’islam politico come arma di destabilizzazione di massa, colpendo anche le comunità cristiane africane che rappresentano presìdi di pace, istruzione e sanità. Basti pensare alla strage di Garissa, in Kenya, dove il 2 aprile 2015 i terroristi di al-Shabaab assaltarono l’università, separarono gli studenti cristiani da quelli musulmani e ne uccisero 147 (facile intuire quali..); oppure al rapimento delle 276 studentesse di Chibok, in Nigeria, sequestrate da Boko Haram nel 2014, dove oltre a quelle trucidate, molte altre furono ridotte in schiavitù, costrette a matrimoni forzati o trattenute per anni in prigionia. Oppure, più di recente, si pensi a quanto avvenuto in Nigeria, nello Stato di Benue, dove circa 150 persone sono state uccise nel massacro di Yelwata del 13 giugno 2025, mentre in Sudan la guerra civile continua a colpire civili, chiese e comunità, aggravando una crisi umanitaria già devastante.
La soluzione a tali fenomeni di destrutturazione sociale appare ancora lontana. Di certo, però, non vi è alcuna possibilità di salvare queste vite umane predicando odio e paura verso chi è diverso; ma nemmeno ignorando la questione, celandosi dietro un finto buonismo che mistifica la realtà e produce una spirale di sofferenza inenarrabile per i popoli africani, costretti a muoversi verso un continente, l’Europa, che non può e non è in grado di offrire loro condizioni di vita degne.
Il fenomeno attuale - un massacro costante di popoli africani e un’induzione alla partenza, determinata da condizioni intollerabili spesso provocate dagli stessi poteri che vogliono quei popoli in fuga - ci vede, come europei, inebetiti. Divisi fra chi resta indifferente e chi, invece, si preoccupa soltanto dell’appendice del problema, cioè delle vite stroncate nel Mediterraneo. Ma la storia di Bakhita ci insegna che il male comincia molto prima dell’approdo in Europa, comincia quando una persona viene privata dell’affetto della propria famiglia, strappata alla sua terra, sradicata dal suo villaggio, costretta a infiniti peregrinaggi di sole, sangue e sale.
Un tempo gli europei si muovevano in Africa per colonizzare quei territori e impiegare manodopera. Oggi, invece, attraverso la destabilizzazione costante, l’imperversare dell’islam politico e il finanziamento dei trafficanti di esseri umani, si importano uomini, sempre più preziosi per le imprese europee (si pensi al settore metallurgico o agricolo e alle recenti inchieste sul caporalato) richiamando così un passato colonialista lontanissimo: quello della tratta degli schiavi.
Ebbene, proprio questo rovesciamento impone una riflessione forse scandalizzante: il colonialismo storico, per molti aspetti e con tutti i suoi limiti, appare meno devastante del modello attuale, che sembra capace di distruggere insieme l’ecosistema africano e quello europeo, sotto il profilo sociale e umano. Il modello coloniale, per quanto problematico e certamente non privo di ombre, ha talvolta lasciato nei territori colonizzati anche elementi di sostegno economico, culturale e infrastrutturale; vi sono state esperienze in cui, pur dentro un quadro complesso e discutibile, il tasso medio di vita e la qualità della vita stessa hanno conosciuto un miglioramento, diveramente da quanto avviene oggi.
È proprio da questa consapevolezza che emerge l’attualità del pensiero di don Daniele Comboni, fondatore dei Missionari Comboniani, il cui carisma si riassume nel motto: “salvare l’Africa con l’Africa”. In questa breve espressione si raccoglie una visione ancora oggi preziosa: lo sviluppo del continente africano non può essere imposto dall’esterno, né costruito attraverso lo sradicamento dei suoi popoli, ma deve nascere dall’interno, dall’autonomia economica e finanziaria, dall’educazione scolastica, dalla valorizzazione delle comunità locali e dal rispetto della loro identità. Comboni, forte della sua lunga esperienza missionaria in Africa, comprese che comunità antropologicamente dissimili possiedono forme proprie di equilibrio e di autonomia, che non possono essere violentemente alterate mediante l’imposizione di modelli sociali estranei, nati in contesti troppo distanti e diversi.
In questa prospettiva, il pensiero di Comboni appare ancora più attuale. Ridurre le condizioni di vulnerabilità dei popoli africani significa, infatti, ridurre anche il terreno su cui prosperano la tratta, lo sfruttamento e le migrazioni forzate. L’emigrazione attuale verso l’Europa è connessa anche a un approccio europeo sbagliato, spesso predatorio e arrogante, che persino quando si presenta sotto forme solidaristiche, come nel caso dell’assistenza agli immigrati, non riesce a cogliere fino in fondo l’unicità dei popoli africani. Un reale sostegno, invece, dovrebbe fondarsi sull’edificazione di sistemi capaci di autoreggersi, di valorizzare le comunità locali e, soprattutto, di evitare lo sradicamento degli uomini dalle proprie terre. Men che meno può dirsi autenticamente umano un modello che favorisca, direttamente o indirettamente, una deportazione verso l’Europa di migranti ai quali viene instillato un desiderio di riscatto economico che, in realtà, si rivela spesso un inganno tragico, alimentato dai trafficanti di esseri umani e finanziato da grandi lobby avviluppate a reti terroristiche e criminali.
Serve invece un sistema autenticamente cristiano, nel quale le sinergie “occidentali” diventino il cuore pulsante di uno sviluppo economicamente e socialmente sostenibile e, soprattutto, compatibile con l’identità antropologica di questi popoli. Anche la piccola Bakhita, infatti, fu vittima di un sistema organizzato che traeva, come oggi, profitto dalla fragilità economica e sociale di queste popolazioni, e patì sulla propria pelle il trauma di una dis-integrazione del suo continente. Bakhita però fu in grado di liberarsi dalle catene della schiavitù, aprendosi e offrendosi all’amore di Dio e riversandolo verso chi le stava accanto. Ma quanti dei migranti attuali sono in grado di vivere un’esperienza come quella della Santa in Europa, in Italia? Quanti incontrano un signor Michieli che li assista e li inizi all’amore di Dio? Quanti possono essere ospiti in un convento di suore, nel sestiere più affascinante di Venezia e vivere l’esperienza della libertà di Dio? Quanti possono vedere e sentire nella propria anima la bellezza infinita della città dell’acqua, attraverso la carità e la magnificenza della città di San Marco?
Che cosa incontrerebbero oggi, invece, i nostri migranti? Città in preda allo spaccio, alla delinquenza, al turismo forsennato, al caos. E in queste condizioni, con i conventi chiusi e le città ridotte ad abbeveratoi per turisti annoiati, ragazzini idioti e studenti perdenti, pensiamo davvero che gli immigrati possano diventare santi, come Bakhita? No, non credo. Bakhita trovò una Venezia viva e vera, con un convento vivo e vero, con suore in carne e ossa in grado di trasmettere sapienza e amore. Ecco allora che, nella situazione disastrosa che stiamo affrontando in Italia e in Europa in generale, non c’è spazio antropologico per convertire al bene e garantire il benessere di chi arriva qui.
Anzi, l’accoglienza rischia di innescare una spirale di odio verso il diverso, che è inaccettabile. E questa spirale è sospinta da interessi economici enormi. Da un lato, quelli delle cooperative e delle organizzazioni varie che prosperano sulle questioni legate alla gestione dei migranti; dall’altro, quelli di un gruppo ristretto ma molto influente di imprenditori e lobbisti, che hanno tutto l’interesse a importare schiavi per mantenere basso il costo della manodopera e scaricare sulla collettività gli immensi costi sociali che questa accoglienza impone. Basti pensare ai costi che il tentativo di integrazione impone in materia di istruzione, sanità, burocrazia e giustizia. Ebbene sì, giustizia, perché i dati legati alla criminalità ci dicono inequivocabilmente che, a fronte del solo 9% della popolazione straniera in Italia, gli stranieri compiono il 60% dei reati contro il patrimonio. Dati che non devono innescare odio, ma nemmeno indifferenza.
La tesi affermata da don Comboni “Salvare l’Africa con l’Africa” sembra dunque oggi ancora più attuale, in quanto non promuove la soluzione, di per sé impossibile, di eliminare le reti criminali, ma propone uno sviluppo autonomo nei Paesi di origine. Perché solo lì, dove esiste un legame profondo fra popolo e terra, fra lingua e cultura, fra comunità e antenati, si può sviluppare il bene.
Gli stessi Vescovi africani hanno rivolto ai Paesi che accolgono gli emigranti, tramite l’Agenzia Fides, un messaggio che auspica l’aiuto diretto ai Paesi africani, affinché i propri cittadini non siano più costretti a lasciare le loro case in cerca di fortuna. È essenziale e necessario, pertanto, investire sulle risorse locali per creare le condizioni che portino all’aumento del PIL e alla promozione di governi stabili in Stati che, in quasi tutto il continente, vivono al di sotto del limite della sussistenza, affinché, come diceva Comboni, si possa davvero, e lo ripetiamo, “salvare l’Africa con l’Africa”.
In questa prospettiva, la questione migratoria non può essere separata dal fenomeno della tratta, poiché entrambe affondano le radici nella vulnerabilità dei popoli, nella destabilizzazione dei territori e nello sfruttamento sistematico della fragilità umana. Quelle urla di dolore, inflitte nel corpo di Bakhita dal suo sequestratore arabo, oggi come ieri, non si sono mai fermate e troppi bambini incontrano ancora quegli uomini che, con tanta ferocia e disumanità, strapparono a Bakhita la libertà. Non si pensi che il fenomeno sia sopravvalutato, tutt’altro. Le forme di coercizione e di violenza dei trafficanti degli esseri umani sulle loro vittime crea uno stato di schiavitù e di sottomissione che perlopiù resta in ombra. Questa dipendenza non permette alle vittime di emergere dalla loro condizione e di chiedere aiuto. La complessità del fenomeno e le limitate evidenze empiriche sono il motivo della scarsità di dati precisi sulla tratta di esseri umani, ma per avere una visione d’insieme del fenomeno basti sapere che secondo le stime dell’Unione europea nel 2022 (Eurostat), sono state registrate all’interno dei Paesi UE più di 10 mila vittime di tratta di esseri umani e il 65% di queste erano minorenni.
I dati forniti dall’UNODC, Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo e cooperazione internazionale in materia di droga, di contrasto e prevenzione del crimine organizzato, evidenziano che nel 2020 le bambine e le donne rappresentano quasi il 60% delle vittime di tratta a livello globale.
Nonostante ciò, la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989, stabilirebbe che i bambini debbano essere protetti da ogni forma di sfruttamento e di tratta. L’art. 35 chiede agli Stati di adottare misure atte a prevenire il rapimento, la vendita o il traffico di minori.
Complessivamente, però, i minori rappresentano ancora quasi il 30% di tutte le vittime di tratta a livello globale. Dati che fanno rabbrividire e che, al contempo, rendono evidente l’impotenza degli Stati civili e democratici nel porre fine a questo crimine contro l’umanità. Anzi, il fenomeno sembra in continuo aumento e rimane una delle principali fonti di reddito delle organizzazioni criminali internazionali.
Sono in aumento anche i casi di sfruttamento virtuale: la digitalizzazione, purtroppo, sta trasformando il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori. L’e-trafficking include tutte le forme di tratta di esseri umani che si avvalgono delle tecnologie, sia per il reclutamento, l’adescamento e il controllo della vittima, sia per il pagamento e la distribuzione dei profitti. Secondo il Global Report on Trafficking in Persons 2024 redatto da UNODC, le vittime di tratta nel 2022 sono state 74 mila e una su tre era minorenne.
La Chiesa resta in prima linea nella lotta al traffico di esseri umani, anche quest’anno ha sostenuto e promosso una serie di iniziative aventi lo scopo di creare un argine di contenimento contro questo fiume impetuoso, celato da uno strato di omertà.
Migliaia di giovani sono stati coinvolti da tutto il mondo con una serie di incontri di sensibilizzazione e formazione, grazie alla rete internazionale della vita consacrata anti-tratta, “Talitha Kum”.
L’8 febbraio scorso, a Roma, si è così conclusa la Giornata Mondiale di preghiera e di riflessione contro la tratta dell’essere umano, istituita nel 2015 da Papa Francesco. I giovani rappresentanti di organizzazioni da tutto il mondo si sono riuniti per una settimana di formazione. Il tema della dodicesima edizione è stato: “La pace comincia con la dignità: un appello globale per porre fine alla tratta di persone”. Da ultimo, nei giorni scorsi in Spagna Papa Leone XIV ha richiamato tutti alla responsabilità e si è rivolto direttamente ai trafficanti di esseri umani, tuonando: «Fermatevi! Convertitevi», mentre ai migranti ha ricordato che l’integrazione passa anche dal «rispettare le leggi» del Paese che li accoglie. Un messaggio che racchiude un’affermazione netta della dignità infinita di ogni uomo, ma anche di giustizia e responsabilità di ciascuno. Forse un messaggio troppo complesso in un contesto attuale in cui la semplificazione e la banalizzazione di ogni cosa fanno al paio solo con la vanità.