Custodi di giustizia sociale: l’omicidio di Philippine Le Noir de Carlan
La giovanissima capo scout francese Philippine aveva diciannove anni quando il 20 settembre 2024 sparì senza lasciare alcuna traccia dopo la lezione all’università, per poi scoprire il giorno successivo, il 21 settembre 2024, che quei diciannove anni sarebbero stati gli unici che avrebbe vissuto in questo mondo. I suoi capelli lunghi e marroni non avrebbero più potuto ondeggiare al vento: ora sono solo un ricordo di giovinezza, poggiati sul terreno freddo del parco Bois de Boulogne della bella Parigi; i suoi occhi chiari non avrebbero più potuto riflettere la luce del sole di agosto: oggi sono coperti da palpebre fredde e pesanti che nessuno potrà risollevare.
Il corpo senza vita di Philippine viene ritrovato tragicamente come si ritrova a terra un indumento che s’era messo ad asciugare al sole in giardino e che, il freddo vento, ha portato via: Philippine è stata stuprata ed uccisa, i segni sul suo corpo non lasciano alcun dubbio. Il responsabile verrà arrestato solamente tre giorni dopo il ritrovamento del corpo della vittima: Taha Oualidat, altrettanto giovane. La cronaca francese, ed in generale la stampa internazionale, ne hanno dato la notizia che, come se non bastasse, ha esasperato ed aggravato la già tragica situazione; il giovane marocchino Taha Oualidat, infatti, non era un perfetto sconosciuto agli organi competenti francesi votati al mantenimento della sicurezza nazionale: il ventiduenne aveva già fatto il carcere per tre anni (la condanna ne prevedeva sette) per l’abuso di una donna, ed aveva già ricevuto l’OQTF (Obligation de quitter le territorire français), e dunque sarebbe dovuto rientrare in Marocco secondo la legislazione francese che norma i rimpatri. Tuttavia, diversi motivi legali costituiti da ricorsi inutili e da ritardi burocratici, ne hanno prolungato la permanenza in territorio francese e, indirettamente, hanno invece accorciato la permanenza in questa vita di Philippine.
L’evento tragico che ha coinvolto Philippine è particolarmente fecondo di problemi e riflessioni che interessano diversi aspetti della società che abitiamo, ancora oggi a distanza di anni. Uno di questi, in particolare, vorrei ora sottoporre ad una più approfondita investigazione: la giustizia sociale. Una delle prime domande che sorgono spontanee, infatti, a partire da questi fatti è: “tutto ciò che è accaduto, è giusto?”. No, certo che non è giusto, eppure è accaduto, ed è accaduto nel rispetto delle norme francesi circa la detenzione, lo sconto di pena, e di rimpatrio. Ciò significa che la legislazione francese, ma in realtà quella di ogni Stato in generale, è sempre perfettibile, passibile di miglioramenti che possano rendere i suoi effetti finalizzati ad una maggiore giustizia sociale più efficaci. In quanto cristiani cattolici, è bene fare riferimento al Vangelo e alla Dottrina della Chiesa per orientarsi, discutere, e decidere eventuali perfezionamenti delle legislature. Questi processi riformativi dovrebbero esser guidati dalla ferma convinzione della dignità della persona umana e dalla carità, mostrataci da Cristo nel suo operato in questa terra.
Carità e dignità della persona umana, tuttavia, non si esauriscono in un tiepido buonismo che tutto perdona e tutto accoglie: vanno invece costruite con norme precise, serie, burocraticamente efficaci e reali. Se tutto ciò fosse realmente cercato con pieno senso storico di concretezza cristiana, forse Philippine non sarebbe morta; forse non sarebbe morta perché l’aggressore era già stato rimpatriato velocemente in Marocco ma, forse, non sarebbe nemmeno morta se dopo la prima aggressione di Taha Oualidat, lo Stato francese avesse preso sul serio la vita di questo giovane, degna come quella di chiunque altro, e lo avesse accompagnato alla riscoperta della possibilità di essere uomini e donne nuovi, anche dopo i nostri errori, per mezzo di un accompagnamento psicologico e spirituale. La politica ha il regale compito di creare il perimetro sociale dove si muovono le persone, creare le condizioni, per mezzo di norme, affinchè le persone possano realmente fiorire, e non soffocare. La vicenda di Philippine ci ricorda, ancora oggi, la necessità e l’importanza per noi cristiani di agire politicamente nel mondo, per accompagnarlo verso un’approssimazione storica di giustizia sociale alla giustizia perfetta divina, dove tutti siamo amati e rispettati come individui di fronte ai Suoi occhi. Alla domanda di Caino a Dio “Sono forse io il custode di mio fratello?” Rispondiamo con responsabilità: si, ne siamo noi custodi.