Non fummo liberati dalla sola Resistenza Riflessione a ottant’anni dal 25 aprile 1945, nel giorno di San Marco evangelista
A ottant’anni dal 25 aprile 1945, si può forse guardare alla storia della Liberazione con maggiore libertà di giudizio, senza cedere né alla retorica celebrativa né alla nostalgia di miti opposti. La memoria nazionale, se vuole essere adulta, deve saper accogliere la complessità dei fatti, anche quando essi disturbano narrazioni consolidate.
La prima verità da ricordare è che l’Italia non fu liberata militarmente dai soli partigiani. La Resistenza, prima dell’8 settembre 1943, sul piano militare non esisteva ancora come forza organizzata. Alla fine del 1944 contava circa 80.000 effettivi, mentre aumentò significativamente di numero solo in prossimità del 25 aprile 1945, quando il nemico era ormai avviato alla sconfitta. Il suo ruolo politico e simbolico fu certamente rilevante, ma il peso militare decisivo appartenne ad altri.
A sconfiggere l’occupante nazista e i fascisti che combatterono al suo fianco furono principalmente le forze alleate, in particolare quelle angloamericane. Esse condussero una durissima campagna militare lungo tutta la penisola, accompagnata anche da bombardamenti devastanti che colpirono le città italiane e causarono circa 70.000 vittime civili, lasciando il Paese ferito, impoverito e in molti luoghi ridotto a un cumulo di macerie.
Quella campagna militare porta un nome preciso: Campagna d’Italia. Cominciò il 9 luglio 1943 con lo sbarco in Sicilia, nel quale gli angloamericani impiegarono circa 467.000 soldati. A queste forze si aggiunsero, nel settembre 1943, altri 200.000 effettivi sbarcati nel Sud della penisola. È da questo immenso dispositivo militare, e non da una sollevazione interna già strutturata, che prese avvio la liberazione progressiva del territorio nazionale.
Anche la liberazione di Roma, avvenuta il 5 giugno 1944, mostra la sproporzione tra l’apparato militare alleato e l’azione resistenziale. Furono gli angloamericani a entrare nella capitale e a sfilare presso il Colosseo. La Resistenza, in quel momento, era presente ma ancora frammentata, composta da gruppi ridotti, capaci di azioni di sabotaggio e attentati, come quello di via Rasella, al quale seguì la feroce rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine.
Nei primi dieci mesi della Campagna d’Italia, gli Alleati risalirono la penisola fino a Roma; nei dieci mesi successivi liberarono il resto del Paese. Il prezzo pagato fu enorme: tra morti, feriti e dispersi, gli angloamericani subirono oltre 335.000 vittime nella liberazione dell’Italia. I partigiani uccisi furono invece 17.488. Questi numeri non cancellano il valore di chi combatté nella Resistenza, ma impediscono di attribuirle un ruolo militare superiore a quello che effettivamente ebbe.
Occorre però evitare anche il mito contrario. Il Movimento Sociale Italiano, anche attraverso Giorgio Pisanò, alimentò a lungo una memoria opposta, quella dei repubblichini, arrivando a parlare di 300.000 italiani fedeli a Mussolini uccisi nella guerra civile. In realtà, nel biennio della Repubblica Sociale Italiana, morirono circa 35.000 effettivi repubblichini; il numero di 300.000 riguarda invece le vittime naziste. Anche qui, dunque, la verità storica chiede misura e precisione.
È altresì innegabile che l’intervento americano fu determinante nella liberazione dell’Europa occidentale dal giogo nazifascista, così come fu decisiva, sul fronte orientale, la resistenza sovietica all’invasione dell’esercito di Hitler e di quello di Mussolini. L’aggressione alla Russia provocò la morte di decine di milioni di combattenti e civili e rappresentò uno degli atti più irrazionali e rovinosi della Seconda guerra mondiale. La memoria russa di quell’invasione è una memoria di sangue; per questo, da italiani, occorrerebbe maneggiare con maggiore prudenza certe semplificazioni polemiche.
Un altro dato scomodo è il vastissimo consenso popolare di cui il fascismo godette per oltre due decenni, dal 28 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. L’Italia non fu soltanto una nazione oppressa da una dittatura: fu anche, largamente, una nazione che aderì al fascismo, lo sostenne, lo accettò o preferì tacere. Il fatto che una Resistenza organizzata sia apparsa solo alla fine del regime, e non durante tutta la sua lunga durata, dovrebbe indurre a una riflessione più severa sugli italiani e non soltanto sui loro governanti.
La Resistenza italiana, inoltre, non fu un corpo unico, ordinato e moralmente compatto. Fu fragile, divisa, attraversata da tensioni ideologiche, con una presenza comunista assai rilevante e spesso ostile verso altre componenti, in particolare quella cattolica, rappresentata anche dai cosiddetti “fazzoletti bianchi”. Accanto a episodi di coraggio e autentico patriottismo, vi furono contrasti, vendette, regolamenti di conti e violenze che non possono essere rimossi.
La parte più dolorosa, per una coscienza cattolica, riguarda proprio le violenze commesse da alcune bande partigiane di matrice comunista contro sacerdoti, religiosi, seminaristi e comunità cristiane. Non si trattò sempre e soltanto di lotta contro i fascisti; talvolta vi furono saccheggi di chiese, aggressioni, violenze contro religiose, omicidi di sacerdoti e atti di persecuzione ideologica. La figura del beato Rolando Rivi, seminarista di 14 anni, torturato e ucciso da partigiani comunisti il 13 aprile 1945, resta una memoria che i cattolici non possono cancellare quando il 25 aprile viene presentato come festa unanimemente pura e indiscutibile.
Alla luce di tutto questo, il 25 aprile dovrebbe essere celebrato non come una liturgia ideologica, ma come una giornata di verità. L’Italia fu liberata dal nazista occupante e da ciò che restava della dittatura fascista; ma la liberazione militare fu opera principalmente degli eserciti alleati, mentre la Resistenza ebbe un ruolo più limitato sul piano bellico e più significativo sul piano politico, civile e simbolico, con luci e ombre che la storia non dovrebbe nascondere.
Proprio il 25 aprile, la Chiesa celebra san Marco evangelista. Questo incontro tra memoria civile e memoria cristiana può offrire una chiave preziosa. Il Vangelo di Marco si apre con le parole del Battista: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1,3). Raddrizzare i sentieri della memoria significa liberarla dalle deformazioni ideologiche, dai miti di parte e dalle omissioni interessate.
Nel Vangelo secondo Marco, Gesù ammonisce anche contro la cecità spirituale: “Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” (Mc 8,18). È una domanda che può essere rivolta anche a una nazione quando decide di vedere soltanto alcune vittime e non altre, alcune colpe e non altre, alcune verità e non altre.
E ancora, Cristo insegna: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (Mc 10,43). È il contrario della logica totalitaria, della violenza politica, dell’idolatria del partito, della patria o della rivoluzione. Ogni potere che smette di servire e pretende di dominare diventa oppressione; ogni causa che giustifica l’omicidio dell’innocente diventa menzogna.
Infine, al sepolcro vuoto, l’angelo annuncia: “È risorto, non è qui” (Mc 16,6). Anche una nazione, per risorgere davvero, deve uscire dai sepolcri della propaganda, dell’odio e della memoria manipolata. La vera liberazione non è soltanto politica o militare: è liberazione dalla menzogna, dalla violenza, dall’idolatria e dal peccato.
Per questo, nel giorno di san Marco e della Liberazione, possiamo chiedere una memoria più cristiana: non vendicativa, non faziosa, non ideologica, ma capace di verità, pietà e giustizia. Una memoria che riconosca il sacrificio degli Alleati, non falsifichi il ruolo della Resistenza, non assolva il fascismo, non idealizzi i repubblichini, non dimentichi le vittime cattoliche e non trasformi i morti in strumenti di propaganda.
Celebrare il 25 aprile, allora, significa anzitutto accettare la fatica della verità.