Piattaforme digitali e sovranità

Partiamo da un’immagine: l’oceano. Non quello evocato dai poeti, ma quello reale, attraversato da una fitta rete di cavi sottomarini in fibra ottica attraverso cui transita circa il 99% del traffico internet globale. L’oceano fisico è così diventato l’alveo di un secondo oceano, quello dei dati. In questa immagine si concentra una trasformazione che investe, nello stesso tempo, economia, politica e sovranità.

In questo contesto, nonostante i vanti di ogni fazione politica, sicuramente la parola che può riassumere la politica (e la geopolitica) degli ultimi anni è "instabilità". Davanti ai grandi sconvolgimenti globali, ho sempre notato due principali pattern: chi ritiene che il problema sia causato dal "troppo" o dal "troppo poco". Troppa poca cooperazione, troppa cooperazione, troppo export, troppo poco export... e così via. Arrivano sempre, però, ad avviso di chi scrive, degli eventi che ti ricordano comunque che a volte è necessario fare i conti con i propri mezzi e accorgersi che questi sono strutturalmente insufficienti.

In questo senso, diventa fondamentale guardarsi attorno e riconoscere non solo che il mondo è instabile e totalmente dipendente dal corretto funzionamento delle infrastrutture digitali, ma che la nostra parvenza di essere un "continente evoluto tecnologicamente" si traduce semplicemente nell'essere parte acquirente di un sistema "pay to use", dove ti sembra di avere accesso a tutto... finché paghi (atto che, ricordiamolo, prevede un accordo tra chi offre un servizio e chi lo paga). L'infrastruttura tecnologica rappresenta oggi un'enorme barriera di autonomia per ogni Stato nazionale o istituzione transnazionale, ed in particolare per lo Stato italiano che, seppur ai vertici per tanti anni nell'ambito delle telecomunicazioni, oggi si attesta principalmente come mero cliente di piattaforme estere (specialmente americane) nell'utilizzo delle loro infrastrutture e soluzioni digitali, spogliato di qualsiasi infrastruttura proprietaria capace di gestire il traffico su ampia scala. Piccole componenti tecniche che ai più potrebbero dire poco o nulla, ma che sono componenti infrastrutturali essenziali per garantire il funzionamento della rete internet, dei sistemi dei pagamenti e delle comunicazioni. Diverse nazioni hanno iniziato a promuovere strategie "sovraniste" (v. il piano per la resilienza digitale europea, italiana e infine americana) per la creazione di un'infrastruttura proprietaria, senza però mai effettivamente prevedere una uscita al di fuori dalla ragnatela dei prodotti digitali made in USA.

Il funzionamento è tanto semplice quanto potente. Più utenti entrano in una piattaforma, più essa diventa condivisa, nota, affidabile, scalabile economicamente e quindi attrattiva. Questo effetto di rete genera un circolo autorinforzante che tende naturalmente alla concentrazione. Google detiene stabilmente oltre il 90% del mercato dei motori di ricerca. Non è un’anomalia: è la conseguenza strutturale di questo modello. I costi iniziali sono elevatissimi (data center, infrastrutture, sviluppo algoritmico), ma il costo marginale di ogni utente aggiuntivo è quasi nullo. Il risultato è un’economia darwiniana in cui il vincitore prende tutto o quasi, tagliando fuori i sani ragionamenti in termini di sovranità che sono stati già portati avanti a livello nazionale. Le dimensioni sono tali da ridefinire gli equilibri macroeconomici. Le principali piattaforme globali generano ricavi comparabili al PIL di grandi economie nazionali. I loro investimenti in ricerca e sviluppo superano quelli di interi Stati. In questo quadro, lo Stato appare sempre più spesso come un attore subordinato. Le amministrazioni pubbliche utilizzano servizi cloud, sistemi di intelligenza artificiale e infrastrutture digitali forniti dalle stesse grandi aziende estere che dovrebbero essere oggetto dei regolamenti nazionali o europei. Anche apparati strategici (como la difesa e l’intelligence) dipendono in parte da fornitori privati. Questo crea un potenziale squilibrio: chi controlla l’infrastruttura può esercitare, almeno in teoria, una forma di potere negoziale che si avvicina al ricatto. Parallelamente, le grandi piattaforme stanno costruendo veri e propri ordinamenti giuridici privati. Definiscono regole (le policy), le applicano (moderazione e sanzioni) e gestiscono i ricorsi. Si tratta di una forma di normazione che opera su scala globale, spesso più rapida e incisiva di quella pubblica. Non sostituisce formalmente il diritto statale, ma di fatto lo affianca e talvolta lo anticipa.

Oggi, credere che gli scenari bellici e le grandi fratture geopolitiche appartengano solo al passato è la più grande illusione della narrazione contemporanea: la Storia non è finita, e le sue correnti profonde continuano a muoversi sotto la superficie della cronaca quotidiana. Oggi, tuttavia, il primo fronte di un conflitto non si apre sui confini geografici, ma sulle infrastrutture digitali; un moderno atto di guerra o di forte ritorsione internazionale (v. il caso delle sanzioni UE verso la Russia) passerebbe inevitabilmente dal blocco dei sistemi di pagamento, dei flussi cloud o delle comunicazioni di rete. Di conseguenza, per uno Stato nazione la sovranità tecnologica non è più un dibattito tecnico per addetti ai lavori, ma una questione squisitamente politica e militare di sopravvivenza esistenziale, un nuovo tassello da recuperare, in grado di garantire l'autonomia strategica, nella speranza che le tensioni latenti non tornino ad essere parte del nostro presente.

Il funzionamento è tanto semplice quanto potente. Più utenti entrano in una piattaforma, più essa diventa condivisa, nota, affidabile, scalabile economicamente e quindi attrattiva. Questo effetto di rete genera un circolo autorinforzante che tende naturalmente alla concentrazione. Google detiene stabilmente oltre il 90% del mercato dei motori di ricerca. Non è un’anomalia: è la conseguenza strutturale di questo modello. I costi iniziali sono elevatissimi (data center, infrastrutture, sviluppo algoritmico), ma il costo marginale di ogni utente aggiuntivo è quasi nullo. Il risultato è un’economia darwiniana in cui il vincitore prende tutto o quasi, tagliando fuori i sani ragionamenti in termini di sovranità che sono stati già portati avanti a livello nazionale. Le dimensioni sono tali da ridefinire gli equilibri macroeconomici. Le principali piattaforme globali generano ricavi comparabili al PIL di grandi economie nazionali. I loro investimenti in ricerca e sviluppo superano quelli di interi Stati. In questo quadro, lo Stato appare sempre più spesso come un attore subordinato. Le amministrazioni pubbliche utilizzano servizi cloud, sistemi di intelligenza artificiale e infrastrutture digitali forniti dalle stesse grandi aziende estere che dovrebbero essere oggetto dei regolamenti nazionali o europei. Anche apparati strategici (como la difesa e l’intelligence) dipendono in parte da fornitori privati. Questo crea un potenziale squilibrio: chi controlla l’infrastruttura può esercitare, almeno in teoria, una forma di potere negoziale che si avvicina al ricatto. Parallelamente, le grandi piattaforme stanno costruendo veri e propri ordinamenti giuridici privati. Definiscono regole (le policy), le applicano (moderazione e sanzioni) e gestiscono i ricorsi. Si tratta di una forma di normazione che opera su scala globale, spesso più rapida e incisiva di quella pubblica. Non sostituisce formalmente il diritto statale, ma di fatto lo affianca e talvolta lo anticipa.

Oggi, credere che gli scenari bellici e le grandi fratture geopolitiche appartengano solo al passato è la più grande illusione della narrazione contemporanea: la Storia non è finita, e le sue correnti profonde continuano a muoversi sotto la superficie della cronaca quotidiana. Oggi, tuttavia, il primo fronte di un conflitto non si apre sui confini geografici, ma sulle infrastrutture digitali; un moderno atto di guerra o di forte ritorsione internazionale (v. il caso delle sanzioni UE verso la Russia) passerebbe inevitabilmente dal blocco dei sistemi di pagamento, dei flussi cloud o delle comunicazioni di rete. Di conseguenza, per uno Stato nazione la sovranità tecnologica non è più un dibattito tecnico per addetti ai lavori, ma una questione squisitamente politica e militare di sopravvivenza esistenziale, un nuovo tassello da recuperare, in grado di garantire l'autonomia strategica, nella speranza che le tensioni latenti non tornino ad essere parte del nostro presente.

Paolo Battaglino

Vicepresidente di Creature.
Classe 1996, laureato in giurisprudenza all’Università di Padova, con un focus in materia di privacy e sicurezza dei dati e dei sistemi informatici. Musicista da sempre, filosofo mancato e inutilmente polemico.

https://www.linkedin.com/in/paolobtt/
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