La Grazia e il consenso: quando l’arte smette di cercare il Mistero

Qualcosa non torna nel discorso artistico di Sorrentino.

Provo brevemente a ricostruire cosa.


Sorrentino ha talento, è indubbio. Il suo film d’esordio, L’uomo in più, è splendido e già sorprendentemente maturo.

Il divo – contestatissimo e a ragione – è un’altra opera straordinaria che mescola impegno, ritmo, Prima Repubblica ed elementi di thriller politico à la Polansky.

La Grande Bellezza è l’apice, indiscusso e indiscutibile. È una grande opera, nel solco di Fellini, che pur misurandosi con il Maestro, riesce a non sfigurare e dà al cinema italiano un nuovo punto di riferimento, un nuovo picco riconosciuto e riconoscibile internazionalmente.

L’egemonia culturale sempre più flebile del nostro Paese, fatta di buon cibo, moda, motori, arte, Colosseo e borghetti medievali, torna ad arricchirsi di un autore capace di colpire l’immaginario globale (euro-americano, quantomeno). 

In attesa del suo nuovo graffio di livello superiore (indubbiamente arriverà, quando meno ce lo attendiamo) ci si deve accontentare invece di opere minori, quali sono È stata la mano di Dio; Parthenope; La Grazia.

Trame comunque intriganti, fotografia splendida, qualche passaggio e altrettante battute fulminanti, ma nel complesso siamo molto al di sotto. Siamo nel manierismo, soprattutto. Personaggi che si somigliano sempre, affetti da questa sindrome del “tono definitivo”, vittime della necessità di dire qualcosa di assoluto e dunque condannati – come in un incantesimo delle fiabe – a pronunciare banalità altisonanti o – alla meglio – oracolamenti vaghi e inafferrabili, da biscotto della fortuna o da oroscopo di un rotocalco.

Più che personaggi che dialogano sono solisti che monologano insieme, ognuno cercando di prevalere sull’altro con frasi autoconclusive. A colpi di sentenze. 

Ma c’è dell’altro e di peggio.

C’è la ricerca di un senso, ciò che più di ogni altra cosa l’Arte dovrebbe scampare.

Non che l’artista non debba inseguirlo, certo, ma mai razionalmente, mai con il fine necessario di raggiungerne la soluzione.

Un conto è intuire il mistero, un altro è pensare di poterlo svelare.

C’è un passaggio molto bello, in un libro di Arbasino, che recita così: 

Un quadro o una sinfonia vanno benissimo, finché non pretendono di fare anche digerire oppure votare per un partito politico. […] E la finalità del romanzo o del dramma dovrebbe essere prima di tutto il divertimento. Peccato solo che divertimento in italiano sia una parola sospetta, che odori tanto di avanspettacolo. Andrebbe usata in senso più alto, più esteso. Come ‘entertainment’, ma ancora più nobile. Fino a comprendere Mozart, Orazio, le Alpi. Se il fine diventa invece specialmente pratico… Anche il più onesto, di edificazione, o il più nobile, come incitare al rovesciamento della tirannide… Beh, si entra in quel genere letterario tutto diverso a cui appartengono volenti o no la pubblicità dell’aspirapolvere, le istruzioni per fabbricarsi in casa le radio a galena, i vocabolari. […] Però pensa a un quadro bellissimo, ma che insegna a preparare la crème caramel: un romanzo a tesi mi par sempre una cosa simile… una sciocchezza: perché se ci si propone un fine pratico ci sono già i pamphlets, i saggi, l’oratoria […].  Quando l’arte si mette in concorrenza con i politici o coi fabbricanti di detersivi, è fatale che si producano cattivi romanzi, cattivi quadri, cattivi film.

E allora a me pare che lo scopo, ne La Grazia, sia politico, più che artistico. E non politico come ne Il divo, che descriveva una fase (complessa) della storia nazionale, tratteggiandola con tinte rock che magari non aveva, ma che la caratterizzano e ne forniscono un’interpretazione… no, qui mi pare che l’intento sia quello di fare politica.

Di indirizzare il discorso pubblico su temi etici dibattutissimi, in senso anche un po’ piacione, disimpegnato.

Toni Servillo nel ruolo di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica

È sospetta quella frase sulla Verità – infatti – che il protagonista, Mariano de Santis, iper-riflessivo presidente della Repubblica, pronuncia fissando la sua opera omnia sul diritto penale, migliaia e migliaia di pagine disseminate lungo una cinquantina di volumi arrampicati sulla sua personale libreria del Quirinale: 

-Il diritto penale è così: una scalata dell’impossibile.

-Se permette: cosa intende per impossibile?

-Stabilire la Verità

Un’affermazione, questa, che denuncia una ricerca spasmodica e solipsistica della Verità stessa. Presuntuosa, di fatto, perché si pone un limite (il raggiungimento, il possesso) rispetto a qualcosa di illimitato, di assoluto.

Molto distante dalla posizione evangelica che potrebbe (dovrebbe) ispirare credenti e non, espressa sia da quel “Io sono la Verità” che Gesù pronuncia di fronte a Pilato nel Sinedrio, che dalla replica dello stesso: “Cos’è la Verità?”…

Con quel punto interrogativo finale che ammette di non conoscere la risposta, non rinunciando tuttavia a trovarla.

Decisamente diverso dall’affermazione di Sorrentino sulla presunta impossibilità di stabilirla. E dunque, implicitamente, anche di cercarla. 

E così arriviamo a fastidiose derive relativistiche e nichiliste, anche.

De Santis, alla fine di un percorso che – ancora – è totalmente introspettivo e individuale, giunge alla conclusione che – nel dubbio, appunto, infinito, irrisolvibile – valga in fondo la pena di “slacciarsi la cravatta”, tirare i remi in barca, ammorbidirsi un poco e darsi alle rime squallide e disperate di Guè Pequeño (Affacciati alla finestra spacciatore mio/ Sognando una Bentley viaggiando in sei su una Clio/ Sognando il grano ed un donatore di cuore puro/ Tipe snob con l'erre moscia lo fan diventare duro).

Sostanzialmente: smettere di farsi domande

È così che De Santis arriva a firmare la legge sull’eutanasia e concedere la grazia (del titolo) a una donna rinchiusa in carcere a Rebibbia che, dopo avere ucciso il marito violento, ne ha fatto richiesta, affermando esplicitamente di averlo liberato con la morte dai suoi demoni, praticando una forma (ancora) di eutanasia. Un atto di generosità, dunque, una forma di amore complessa e difficile sì, ma superiore (così viene fatta passare, quantomeno). 

Posto che il metodo di Sorrentino paia errato: non quello di un artista ma di un politico o – quantomeno – di un opinionista… arriviamo al merito, ben più inquietante, quantomeno per chi scrive.

Quando è che la vita ha smesso di essere un valore positivo e la morte l’ha sostituita?

Chiariamo: i sondaggi confermano l’approccio di Sorrentino, con larghe porzioni di popolazione a favore dell’eutanasia, specie riflettendo sulla propria persona e il rischio di trovarsi un giorno in condizioni di sofferenza fisica. Di questo si è consapevoli, ma la domanda rimane e trova ancora maggior senso, invero. Perché a stupire è proprio il tono con cui si giustifica il fatto di togliersi la vita o addirittura di toglierla agli altri. È il far passare qualcosa di tanto atroce come una svolta positiva dell’intreccio, come la liberazione da scrupoli retrogradi, medievali.

Quand’è che i sondaggi hanno sostituito le opere d’arte? Che gli artisti si sono fatti conformisti e perfettamente inquadrabili in una proiezione di YouTrend? 

Ancora, può un film in cui il cristianesimo ha una presenza tanto diffusa e compatta (De Santis è dichiaratamente cattolico; il papa è suo amico personale e appare come figura in generale positiva nella pellicola; il titolo fa riferimento alla Grazia divina)… può un film del genere concludersi in un totale rifiuto di Cristo (la Vita che vince la morte) e farlo soprattutto “vendendo” allo spettatore la levità del lieto fine?

Come a dire che De Santis, nel suo percorso di “crescita” interiore, abbandonando il dubbio che lo ha mosso (e consumato) per tutta la vita, abbia trovato infine la risposta giusta, perché un senso non c’è, in fondo… dunque tanto vale abbandonare rigidità e diffidenze e lasciare libere le persone.

Ma è libertà questa? La morte, la soppressione di un caro malato, sono davvero una liberazione?

E il fatto che il legislatore cessi di ragionare in termini assoluti e scada nel relativismo del caso particolare… del “mio” caso particolare… questo pure è auspicabile?

(Potremmo estendere il concetto all’aborto, sempre più diffusamente riconosciuto come una conquista di libertà. Addirittura in Francia il “diritto all’aborto” è stato inserito in Costituzione, fra i brindisi – letterali – del parlamento).


Lontani da ogni desiderio di giudicare le sofferenze che si celano dietro tali argomenti (chi siamo per farlo?) non si deve tuttavia rinunciare a farsi domande e cercare (inseguire) l’assoluto.

Smentendo del resto la strofetta di Guè, che il De Santis canticchia da qualche parte, nella seconda metà del film:


E allora sh sh se non capisci


Viva il dubbio, viva la ricerca e il Mistero!

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Emigrazione forzata e tratta di schiavi, attraverso la testimonianza di Santa Bakhita.