Primetime. Una storia vera. Al cinema

Presentato alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Primetime racconta del successo del programma televisivo To Catch a Predator. Chris Hansen, giornalista di Dateline NBC, costruisce un programma sugli adulti che cercano di adescare adolescenti online. È il 2006 e i reality show sono la forma d’intrattenimento che tiene incollati milioni di spettatori davanti allo schermo.

Hansen e il suo entourage si stabiliscono per qualche giorno in una casa rendendo la scena accogliente e credibile (dall’arredamento ai biscotti preparati per gli ospiti, dalla gentilezza della giovane “vittima” ai silenzi che precedono l’entrata in scena del conduttore) affinché la trappola possa riuscire. Il giovane Dan Plum, aspirante attore, si ritrova a essere il protagonista delle puntate vedendosi attribuire da Hansen il soprannome di Decoy Dan. Esche, telecamere nascoste e predatori da cogliere in flagrante. Questa è la ricetta elaborata per un programma che si propone di “cacciare i predatori” e sbattere il loro viso davanti agli occhi di chi li guarda da casa. La televisione diventa la nuova tortura e la voce di Hansen proclama l’ultima sentenza. I dialoghi tra il presentatore e il predatore ricalcano la forma dell’interrogatorio e, come da copione, si arriva alla condanna dell’uomo.

Dopo il successo iniziale, gli ascolti calano e il programma non si rivela più all’altezza della posizione concessagli dai produttori. Diviso tra la preoccupazione per l’uscita di una notizia scandalosa che lo coinvolge personalmente e il fallimento di To Catch a Predator, Chris Hansen cerca altro materiale. C’è bisogno di qualcosa di grande e, proprio nel momento in cui il programma sembra sul punto di affondare, abbocca un pesce grosso. Lo chiamano la “balena”, un procuratore distrettuale attento a non lasciare traccia di sé.

L’ambientazione cambia, le parole di Hansen perdono vita per consacrarsi totalmente al successo (mentre la moglie ha scoperto la sua relazione extraconiugale). Decide di portare il programma direttamente a casa del predatore, ma si spinge troppo oltre perché la solita messinscena si trasforma in una tragedia in due atti. Attesa e risultato. La “balena” muore suicida e Hansen passa dal ripetere frasi e fantasie dei predatori a spogliarsi del suo ruolo, diventando ciò che cerca di distruggere.

In un contesto in cui tutto viene ripreso e tutto serve per raggiungere il successo, il crimine stesso diventa merce. Tra realtà e finzione, tra il senso della morale e la spinta violenta richiesta dai riflettori, dove si colloca la giustizia? Qual è il vero male e chi sono i “cattivi”? I predatori che Hansen si promette di mostrare in prima serata sono davvero gli unici a dover essere condannati? “La mia definizione di cattivo e la tua definizione di cattivo sono profondamente diverse”. Lo scambio tra Chris Hansen, diventato ormai il vero predatore del programma, e Decoy Dan, l’unico ad aver conservato un briciolo di umanità, diventa la frase manifesto del film. La confessione del giovane sembra poter portare a una svolta, ma Hansen ha ormai abbracciato la trasformazione. Un inquisitore moderno, un detective spietato, un supereroe mandato per cacciare i mostri. Chris Hansen utilizza lo spettacolo come arma, arrivando a perdersi, puntata dopo puntata. Non sempre il fine giustifica i mezzi, non sempre la forma finale giustifica un contenuto corrotto dalla sete di successo. I processi non dovrebbero essere ridotti a semplici prodotti per la televisione o per i giornali. Hansen ribalta le modalità e fabbrica una macchina della giustizia da prima serata, il processo non si fa più nelle aule di giustizia.

La trama del film ricalca costantemente la sfida dell'uomo alle prese con il conflitto fra successo e conservazione della propria anima. Il protagonista è l'emblema del conflitto fra il suo ego e la sua vera dimensione, che si traduce anche nel suo essere padre. Hansen trascura la dimensione familiare e l’assenza come genitore si rivela un altro incoraggiamento per la sua discesa. La sua assistente, invece, sposa il successo e fa della vita lavorativa il fulcro delle sue speranze e ambizioni. Tutto viene così giustificato, ogni movimento, ogni pensiero, ogni malvagità. Abbandonato ogni contatto con ciò che li rende umani, si trovano persi in quel mare che cercano di dominare.

Primetime è un film necessario. Chi guarda si trova in presenza di un male da eliminare, che però sembra essere penetrato troppo a fondo nella quotidianità, rendendo malato anche chi doveva farsi portavoce della giustizia. Il film è girato come se lo spettatore fosse parte integrante del programma. Per 110 minuti, si ha l’impressione di trovarsi all’interno di uno studio televisivo. Dove si rischia di finire quando un programma diventa talmente importante da mangiarsi la realtà? In sala o sul divano, anche noi spettatori diventiamo le spie di quel mondo governato dall’insaziabilità del successo.

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Recensione al libro “Liberale è. Predicare inutilmente” di Giuseppe Benedetto