Il Presepe, presidio forte della cristiana fragilità

Negli ultimi decenni, il periodo natalizio è andato subendo una costante evoluzione, passando progressivamente da festività religiosa a evento consumistico di massa.

Luminescenti decorazioni, graziosi mercatini, imperdibili scontistiche e affollati centri commerciali costituiscono, ormai, le punte di diamante di un sistema incantatorio, che raduna grandi e piccini per l’acquisto dell’ultimo minuto, per l’abbuffata, per mero passatempo.

Nel contesto di una società che corre freneticamente, spesso senza un obiettivo reale se non quello di occupare ogni attimo in una confusa tensione spasmodica, cosa c’è di meglio di un invito ad una maratona? Eppure, nella moderna confusione che contraddistingue questo periodo storico, tra le “anticaglie”, incredibilmente il Presepe continua a riscuotere un notevole interesse.

La rappresentazione della Sacra Famiglia, infatti, appassiona chiunque, tanto che il territorio italiano - da Nord a Sud - è costellato di mostre e allestimenti che mobilitano annualmente migliaia e migliaia di turisti, non solo nazionali ma anche stranieri. Senza voler negare l’importanza delle ragioni legate agli aspetti tradizionali e alla grande abilità manuale di molti appassionati, è ragionevole pensare che a determinare questo fenomeno ci sia, in fondo, un qualcosa di più recondito, che sfugge dall’immediato per lambire la sfera del trascendente. Invero, non si può non riconoscere che, in sé, il Presepe, nella sua apparente banalità, ha una forza evocativa unica.

Riflettendoci bene il Presepe è la rappresentazione, sublimata ed universale, della famiglia, ossia di quella “scuola di arricchimento umano” [1] , che tutti, nel bene o nel male, hanno avuto la possibilità di sperimentare e che, per il cristiano, trova la sua massima espressione nella tradizione dell’unità coniugale; unità che nella Natività è incarnata dai coniugi, Maria e Giuseppe, che superano, senza mai scomporsi, diverse avversità, alla ricerca di un frugale giaciglio ove poter dare alla vita il Salvatore. Il Presepe, quindi, è empatia nell’esperienza, comune e diffusa, della famiglia. In secondo luogo, il Presepio trova la sua potenza nel raffigurare la fragilità di un momento estremamente intimo quale la procreazione, ove ogni essere umano è messo in una posizione di assoluta vulnerabilità, che suscita pietà.

Nella Natività – vera e propria pillola, chiara e comprensibile a tutti, di teologia cattolica - si materializza l’ossimoro debolezza/forza: parte integrante della dottrina cristiana, che trova una corrispondenza inequivocabile nella Seconda lettera ai Corinzi di San Paolo, che ci ricorda che la natura divina del messaggio di Dio ha la sua potenza proprio nella debolezza [2].

Infine, il Presepe mira, quale culmine del periodo d’Avvento, a creare curiosità nell’animo dell’osservatore, inevitabilmente coinvolto nella tensione generale dei personaggi verso il nascituro: piccolo ma grande protagonista della scena intera. Ricorrendo all’armamentario artistico, infatti, la Natività costruisce il proprio punto di fuga nel bambin Gesù, dal quale l’occhio non può sfuggire, sul quale l’anima non può che raccogliersi in un attimo di sincera commozione.

Per tutti questi motivi, la costante attrattività del Presepe non può stupirci.

Se nell’epoca del nichilismo elevato a valore il Presepe continua a riscuotere un grande successo, questo lo si deve anche alla sua profonda capacità di abbinare, in maniera esemplare, l’umana esperienza della nascita al trascendete messaggio di un Dio che viene ad abitare in mezzo agli uomini: la naturalità del parto alla complessità di una teologia ultra-millenaria. Perciò, sinché stimolerà questo forte senso di empatia, di pietà e di compassione, la Natività sarà in grado di disarmare anche lo scettico più coriaceo. Al di là di tutto, infatti, alcune emozioni non mutano con il passare delle mode e l’evolversi della società, ma sono costante dell’Essere Umano in quanto tale.

[1] Costituzione pastorale Gaudium et spes, par. 52, 1965.

[2] San Paolo, 2 Corinzi, 12:9-10.

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