Mi auguro di arrivare alla vecchiaia conservando la capacità di stupirmi che ha ancora il presidente Mattarella, il quale, quando la sinistra organizza una protesta e questa finisce per portare nelle strade orde di teppisti e immigrati di seconda generazione intenti a devastare i centri urbani, spalanca i suoi occhi azzurri e parla di «violenza da soggetti inediti».
Eppure, i tumulti che da giorni scuotono la Francia e che si sono propagati anche in Italia e in Belgio non dovrebbero sorprendere nessuno dotato di una pur elementare cognizione del rapporto di causa ed effetto e di una visione di lungo periodo delle dinamiche sociali.
I media preferiscono parlare di «studenti» e «giovani», perché individuare il genere prossimo, per dirla aristotelicamente, a cui ricondurre chi da giorni mette a ferro e fuoco intere città significherebbe portare immediatamente alla luce il problema scomodo che si preferisce eludere. E cioè che abbiamo consentito l'ingresso nelle nostre società a milioni di persone provenienti da contesti culturali profondamente alieni dai nostri, molte delle quali nutrono un'aperta ostilità nei confronti dell'Occidente. Un'ostilità che trova ulteriore legittimazione nell'ideologia terzomondista diffusa dalla sinistra egemone in ampi settori della scuola e dell'università: l'idea che l'Occidente sia il responsabile storico dei torti subiti da queste popolazioni e, in ultima analisi, della loro stessa condizione di arretratezza.
Macron che si domanda come sia possibile che «dei francesi abbiano fatto questo al loro stesso Paese» rappresenta perfettamente l'humus culturale che ha consentito a simili fenomeni di prosperare. Un humus che, in Francia, ha assunto la forma di un nazionalismo civico convinto che bastasse naturalizzare milioni di immigrati per trasformarli automaticamente in francesi, poco importa se essi stessi non si riconoscessero in tale identità.
I cortei scesi in piazza in Francia hanno restituito, del resto, un'immagine emblematica dell'Europa multiculturale che queste élite stanno costruendo: una miriade di bandiere algerine, marocchine, palestinesi, tunisine, siriane, senegalesi, congolesi riempiva i boulevard parigini. Mancava soltanto la bandiera del Paese che li ha accolti e fornito loro gratuitamente una casa popolare, una sanità, un'istruzione e uno stato sociale tra i più vasti del mondo.
Eppure, noi europei viviamo in Stati che amano definirsi democratici e che, anzi, spesso subordinano il proprio sostegno diplomatico ed economico ai Paesi in via di sviluppo al rispetto di determinati standard democratici. Sorge allora una domanda elementare: gli elettori europei hanno davvero voluto tutto questo? Quando, esattamente, avrebbero votato per un simile progetto?
La questione, peraltro, non riguarda soltanto la Francia, che può vantare una lunga storia di immigrazione legata anche al proprio passato coloniale. Riguarda anche Paesi come Germania, Italia e Belgio, la cui esperienza coloniale è stata assai più limitata e nei quali i flussi migratori contemporanei non sono riconducibili, se non in piccola parte, a quel passato. Se il colonialismo fosse davvero la chiave esplicativa del fenomeno, in Italia, per esempio, dovremmo aspettarci una presenza preponderante di immigrati provenienti dalle ex colonie italiane, come Libia, Eritrea e Somalia. La realtà è ben diversa: tra le comunità straniere più numerose in Italia figurano, per esempio, quella marocchina e quella bengalese, prive di alcun legame storico con il nostro Paese.
Non esiste, insomma, un singolo momento in cui gli elettori europei abbiano deliberato consapevolmente l'ingresso di milioni di persone nelle proprie società, né un mandato popolare esplicito a favore della trasformazione multiculturale dei loro Paesi. Il processo si è sviluppato progressivamente, attraverso un sistema di leggi, decisioni amministrative e indirizzi politici che lo ha reso possibile senza sottoporlo a una vera scelta democratica complessiva.
Benissimo, mi si dirà: basta votare per qualcuno che prometta di risolvere il problema dell'immigrazione.
Peccato che proprio l'esperienza italiana mostri quanto sia illusoria la possibilità di ottenere una soluzione politica attraverso i normali canali della democrazia liberale europea.
Da anni, infatti, le elezioni italiane premiano sistematicamente forze politiche che promettono di limitare l'ingresso di nuovi immigrati, aumentare i rimpatri e restringere l'accesso alla cittadinanza. Ciononostante, quando Salvini ha tentato di attuare una politica migratoria più restrittiva da ministro dell'Interno, si è ritrovato sotto processo. Giorgia Meloni, eletta anche sulla base di analoghe promesse, come il tanto decantato «blocco navale», non è riuscita a ridurre strutturalmente gli sbarchi. Al contrario, il governo ha previsto, attraverso il cosiddetto decreto flussi, l'ingresso legale di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, provenienti anche da Paesi come Marocco, Nigeria, Bangladesh, Pakistan ed Egitto, per rispondere alle richieste di agricoltori e industriali che lamentano carenze di manodopera e che, non di rado, basano la propria competitività sulla disponibilità di lavoro a basso costo anziché sulla capacità di offrire retribuzioni più dignitose ai lavoratori italiani.
Ma tale discorso di ripetuta disattesa delle promesse elettorali non si limita al caso italiano.
In Francia e in Germania, i sondaggi ormai vedono in testa forze politiche di destra che promettono misure analoghe. È il segno di un'opinione pubblica sempre più ostile alla prosecuzione dell'esperimento multiculturale. Eppure, le classi dirigenti europee non sembrano intenzionate a recepire questa evoluzione, né a modificare significativamente la rotta.
Il ventennio di Angela Merkel è stato caratterizzato da un progressivo spostamento a sinistra della CDU, ormai diventata indistinguibile dall'SPD. Gli elettori tedeschi votavano i cristiano-democratici per avere un governo conservatore, e invece si sono ritrovati l'abbandono del nucleare, politiche green, «matrimoni» tra persone dello stesso sesso e l'apertura delle proprie frontiere a milioni di immigrati che hanno fortemente destabilizzato la coesione della società tedesca e causato decine di attentati di matrice islamista dal 2015 a oggi.
In Francia il sistema politico si regge ormai da anni su un «fronte repubblicano» che ha come unico scopo quello di ostacolare l'ascesa del Rassemblement National, senza alcun programma comune né obiettivi condivisi. Il risultato? La Francia oggi è un Paese ingovernabile.
Si procede, insomma, con il «pilota automatico», per riprendere l'espressione resa celebre da Mario Draghi nel 2013, quando era presidente della Banca centrale europea. È proprio questa la formula che meglio descrive il modello di democrazia perseguito dalle élite europee: la democrazia delle regole. Un sistema nel quale i governi sono tenuti a rispettare una serie di vincoli la cui violazione comporta conseguenze concrete, indipendentemente dalla volontà politica espressa dagli elettori. Non si tratta soltanto dei parametri di Maastricht, che limitano la discrezionalità delle politiche fiscali, o della rinuncia alla sovranità monetaria conseguente all'adesione all'euro, temi sui quali si è già discusso ampiamente. Il problema è che i vincoli sembrano estendersi ormai a ogni ambito nel quale uno Stato sovrano dovrebbe poter esercitare le proprie prerogative: dalla giustizia al controllo delle frontiere, fino alla difesa.
L'esempio dell'Ungheria di Viktor Orbán, oggetto di procedure di infrazione per le sue riforme aventi per oggetto temi quali l'immigrazione, la propaganda LGBT e la giustizia, mostra in maniera lampante i limiti imposti agli spazi di manovra dei governi eletti.
Il risultato è un progressivo svuotamento della sovranità democratica. Governi che dovrebbero rispondere del proprio operato agli elettori finiscono per dipendere, in misura crescente, da decisioni assunte da istituzioni e apparati che non rispondono direttamente al giudizio delle urne.
E non si tratta soltanto di Bruxelles. Anche all'interno dei singoli Stati operano apparati amministrativi, giudiziari e tecnici dotati di un notevole potere discrezionale, spesso portatori di una cultura istituzionale profondamente allineata ai valori dominanti dell'Unione europea e di fatto forieri di un'idea di magistratura che attraverso l'interpretazione evolutiva tracci la strada alle future leggi del parlamento, o supplisca o corregga queste ultime, finendo per imporre il proprio indirizzo alla società civile e scavalcare i parlamenti.
Si pensi al gravissimo caso rumeno del 2024, di cui ormai sembra essersi persa ogni memoria, quando la Corte costituzionale annullò le elezioni presidenziali dopo l'affermazione al primo turno di un candidato inviso all'establishment europeo, adducendo come giustificazione le presunte interferenze russe.
Ne deriva una contraddizione sempre più evidente: governi e parlamenti vengono legittimati dal voto, ma la loro capacità di tradurre quella legittimazione in decisioni concrete risulta circoscritta da vincoli e apparati che gli elettori non possono rimuovere direttamente. La democrazia continua a esistere nella forma, ma perde progressivamente sostanza nella capacità di determinare le politiche pubbliche. I governi e i parlamenti vengono svuotati del potere esecutivo e legislativo e, di fatto, resi deboli e incapaci di rispondere ai propri elettori.
Pensate che a Macron importi qualcosa di avere una popolarità probabilmente inferiore a quella di Luigi XVI quando si avviava verso la ghigliottina? La sua presidenza è ormai giunta al termine e lui, con ogni probabilità, otterrà comunque una poltrona da qualche parte. Se dovessi azzardare una previsione, non mi stupirei di ritrovarmelo alla presidenza della BCE, là dove risiede il vero potere, al riparo dalla necessità di preoccuparsi dei sondaggi e delle rivolte popolari.
Dobbiamo perciò sorprenderci se arriviamo a scenari di guerra civile su base etnica come quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni? La rotta era stata tracciata anni fa, e non c'è modo di invertirla con gli strumenti della democrazia quando questa diviene, per usare un'espressione felice di Colin Crouch, una «post-democrazia»: un ordine che conserva tutte le apparenze democratiche - i riti elettorali, i dibattiti, i comizi, una libertà di espressione solo apparente - ma nel quale le prerogative di un governo sono state di fatto appaltate, in un vero e proprio outsourcing, per usare un termine caro al mondo del business, a figure «tecniche» che non hanno bisogno di un mandato popolare che le legittimi. E quando questi tecnici e burocrati adottano come ideologia quella globalista, fondante dell'UE, non importa se il governo al potere sia di destra o di sinistra: si procede lungo la via già segnata della società multiculturale, dell'aborto quale diritto fondamentale, dello smantellamento della famiglia naturale, del rifiuto della cristianità e, da ultimo, del sostegno incondizionato all'Ucraina e del riarmo in vista di una futura guerra contro l'odiata Russia.