«Se voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!»
Quando il re di Francia Carlo VIII calò in Italia alla testa di un imponente esercito per conquistare il regno napoletano, incontrò sulla sua strada Firenze. Forte e consapevole del proprio potere militare, il re impose alla delegazione cittadina un pesante ultimatum, minacciando che, in caso di inadempimento, avrebbe fatto «suonare le trombe» del suo esercito, già pronto per l’assedio.
Ma ecco che lì, nella rassegnazione generale portata dalla paura della (nota) violenza dei soldati francesi, Pier Capponi, il Gonfaloniere di giustizia di Firenze, così rispose all’intimidazione di Carlo VIII: «Se voi sonerete le vostre trombe, allora noi soneremo le nostre campane!». Con questo epigramma, il ministro fiorentino fece notare all’arrogante monarca straniero che il popolo di Firenze e delle campagne circostanti sarebbe accorso al segnale per difendere la città. Carlo VIII, spiazzato dalla resistenza morale del suo interlocutore, addivenì a più miti consigli; e così Firenze concluse un equo accordo che le permise di trascorrere indenne la prima fase delle guerre d’Italia, mentre la sfortunata spedizione francese proseguì verso il mezzogiorno.
Fu così che il motto di Pier Capponi si fece proverbio tra i fiorentini: particolarmente adatto a indicare l’orgoglio della fiera città toscana, si presta, più propriamente, a evidenziare la circostanza per cui l’abuso di una posizione di potere, reale o apparente, che una minoranza si è arrogata, non potrà mai essere tollerato a oltranza da chi lo subisce e sa di poter contare su tanti fratelli pronti a far fronte comune contro il sopruso.
Per amor di confronto con un’analoga vicenda più lontana nei secoli, e che vede come protagonisti, strano ricorso storico, sempre un francese e degli italiani, Tito Livio ci narra che al «Vae victis!» e alla spada di Brenno risposero, prima dei manipoli di Marco Furio Camillo, le sacre oche del Campidoglio.
Bernardino Poccetti, Pier Capponi davanti a Carlo VIII, palazzo Capponi-Vettori, Firenze
Le due storie appena ricordate possono, forse, offrire uno spunto per rispondere all’orrore e all’angoscia che le ultime, dolorose, notizie provenienti da oltralpe provocano in chiunque abbia sempre ritenuto che il dibattito politico debba fermarsi al limite, sacro e invalicabile, della persona altrui. Il riferimento è a quanto accaduto a Lione giovedì 12 febbraio 2026, quando Quentin Deranque, studente francese di ventitrè anni e attivista cattolico, è caduto sotto i calci e i pugni di almeno sei militanti di estrema sinistra, a margine di quello che appare un vero e proprio linciaggio.
I fatti. Quel giovedì, che potremmo definire senza remore “nero” (qui si ricorda un analogo “giovedì nero” dei nostri anni di piombo), Quentin si trovava a Lione come parte di un servizio d’ordine chiamato a proteggere le attiviste del collettivo Némesis, associazione nata in Francia e ivi attiva nel protestare contro la radicalizzazione incontrollata di gran parte della popolazione islamica. Il collettivo era presente con un proprio picchetto per contestare - per “provocare”, secondo i quotidiani e gli esponenti della sinistra francese - l’intervento presso la locale facoltà di scienze politiche dell’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan, proveniente dai ranghi de La France insoumise (LFI), partito posto nell’estrema sinistra dal più recente nuancier politique del Ministero degli interni francese, e accusata di posizioni condiscendenti nei confronti dell’organizzazione terroristica Hamas. In particolare, le attiviste di Némésis denunciano da anni anche la radicalizzazione dell’estrema sinistra francese: in un contesto in cui la la c.d. “violenza antifascista” viene giustificata, quando non addirittura incentivata, da teorici ed esecutori che sono arrivati a sedere nell’Assemblée Nationale, anche una semplice azione dimostrativa potrebbe portare ad esiti infausti (durante lo stesso giovedì che ha visto la morte di Quentin, una ragazza del collettivo è stata circondata da alcuni militanti antagonisti, presa al collo e gettata violentemente a terra da uno di essi).
Quindi, per evitare disordini, Quentin stava presidiando, insieme ad altri militanti identitari, le zone limitrofe alla posizione del collettivo, quando l’attacco degli antagonisti si è manifestato in tutta la sua violenza, con la partecipazione di non meno di due decine di facinorosi armati di guanti metallici e spranghe. Quentin è stato circondato, spinto a terra e malmenato con calci alla testa. Appena giunto in ospedale per le gravissime ferite riportate, Quentin è stato colpito da un’emorragia cerebrale. Le ore seguenti sono state penose per chi, come chi sta scrivendo, ha seguito in tempo reale l’evolversi della vicenda. E così, la sera di giovedì, il collettivo Némésis ha annunciato che il quadro clinico di Quentin era peggiorato: la morte cerebrale aveva raggiunto il giovane, mentre la prognosi dei medici, che si sono impegnati sin dalle prime ore al massimo delle loro forze per salvare la sua giovane vita, per strapparla alle mani fredde e cieche del mietitore, non lasciava adito ad alcuna speranza. Un sacerdote ha quindi amministrato a Quentin l’estrema unzione. Nelle prime ore di venerdì, Quentin è morto.
Nel Bel Paese la notizia ha faticato, e sta faticando, a farsi strada. Ma in Francia la macchina della minimizzazione è stata veloce, e così il povero Quentin è diventato per Le Monde, il principale quotidiano progressista transalpino, un «jeune militant d’extrême droite [...] catholique intégral» (sic), mentre Jean-Luc Mélenchon, fondatore de LFI, riferendosi alla vicenda nei giorni successivi ha parlato di un «giovane sfortunato». Analogo trattamento è stato riservato alla vicenda dalle prime veline italiane, che contrappongono il giovane «militante di estrema destra» (Il Fatto Quotidiano) che difendeva il «piccolo gruppo femminista e razzista chiamato Némésis» (Fanpage.it) a… a chi? Ai «violenti colpi ricevuti alla testa» (sempre Fanpage). Per non rinnovare un tale dolore e lo sdegno, mi sono limitato a riportare gli esempi più icastici dell’atteggiamento comunicativo scelto da una parte del quarto potere, in Francia come in Italia, mentre ulteriori considerazioni sul diverso trattamento degli attori della vicenda si sprecherebbero, dal momento che recherebbero solo l’ennesima, inutile, conferma di quanto una parte politica e “intellettuale” continui a nascondere la polvere sotto il tappeto e la testa sotto la sabbia.
Ma le bugie non hanno avuto vita lunga, quindi ora possiamo dire chi era veramente Quentin Deranque. Egli era, prima di tutto, un giovane cattolico, appena convertitosi. Molto attivo nella vita della sua comunità parrocchiale, gli amici parlano di una persona attenta ai bisogni dei più deboli, disponibile a vivere a pieno l’esperienza della carità con i dimenticati e gli emarginati di Lione, senza-tetto e tossicodipendenti. Quentin era membro di Academia Christiana, un istituto di formazione cattolica molto noto in Francia grazie alle “strane” e indesiderate attenzioni del Ministero degli interni nazionale, che l’ha accusato di sovversione. La vicenda che ha coinvolto Academia Christiana sarebbe infatti meritevole di una trattazione a sé, poiché nel momento in cui ad essere presa di mira è un’associazione che, garantendo un’educazione cattolica, si impegna da anni per sottrarre alla radicalizzazione tutti quei giovani attratti dalle promesse di “tradizionalismo” proclamate dalle violente formazioni neofasciste e neonaziste francesi, si può avere un buon termometro della considerazione riservata oggigiorno all’opinione cattolica da gran parte degli spettri politici internazionali. In via incidentale, si può comunque dire che le azioni della polizia francese si sono risolte, ovviamente, in un nulla di fatto (almeno per ora).
Tornando alla vicenda personale di Quentin, vogliamo ricordarlo come il ventenne che ha portato alla conversione la propria famiglia, come il figlio che ha assunto la veste di padrino al battesimo del proprio padre. E tuttavia, proprio per questi motivi, davanti a chi era Quentin, per gli amici e per i propri cari, non possiamo che sentirci ancora più scandalizzati e sconvolti di fronte alla brutalità e alla ferocia di chi, dopo aver deciso di accettare il rischio che la sua incolumità potesse valere la tranquillità di un comizio del proprio beniamino politico, lo ha colpito. Il nostro pensiero va non solo ai suoi ultimi attimi e agli amici che lo hanno assistito nella solitudine dell’ora estrema, ma anche alla sua famiglia, alla sua parrocchia e a tutti coloro le cui strade avrebbero potuto incrociarsi con quella di Quentin, ma mai potranno godere della sua vicinanza e del suo conforto.
La sensazione è che il limite già superato a settembre 2025 con l’assassinio di Charlie Kirk sia stato ancora una volta calpestato. L’atteggiamento di una parte politica ben individuata, storicamente imbrigliata in un’idea di autoproclamata “superiorità morale”, nonché atavicamente incapace di assumersi le proprie responsabilità politiche, diventa oggi ancora più esecrabile nella misura in cui, da un lato, la veste istituzionale delle aule parlamentari e dei mezzi di comunicazione di massa gioca la carta del “nemico fascista” per sopperire al crollo di consensi, mentre, dall’altro, le strade e le piazze in mano ai suoi militanti diventano sempre più simili campi di battaglia.
Il nostro Paese non è estraneo né all’una, né all’altra faccia di questo pericoloso e incosciente “gioco” all’innalzamento della tensione politica, e i fatti di Torino del 31 gennaio scorso, quando un agente di pubblica sicurezza è stato aggredito da un nugolo di antagonisti con spranghe e martelli, insieme allo strano “dibattito” che ne è seguito ne sono la prova. E a tal riguardo giova ricordare le parole pronunciate dal Procuratore Generale di Torino, la dott.ssa Lucia Musti, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario corrente, quando la connivenza di larga parte dell’intellighenzia e del milieu intellettuale con le violenze e le intimidazioni dell’estrema sinistra “di strada” è stata, finalmente, denunciata.
Sono sicuramente tempi duri per chi sceglie di fare politica, o comunque di partecipare scientemente alle discussioni quotidiane della cosa pubblica, partendo da e fermandosi su una posizione cristiana, aborrendo quindi l’idea che il confine dei beni più sacri datici dal Creatore, la Vita e l’Anima, incontestabilmente inciso nel marmo dei secoli e delle Scritture, possa essere messo in discussione.
La violenza politica, espressa con le urla e i bastoni spacciati come idea e “male necessario”, non sazia dell’attacco alla Vita nel grembo materno e sul letto di morte, quest’anno ha lanciato apertamente il guanto di sfida alla libera espressione. La voce di chi da anni tenta, rispettosamente e disperatamente, di avvertire questo nostro mondo occidentale che la deriva laicista e l’attacco a Dio condurranno a un baratro ormai ben visibile come un terrificante chasma achanes, oggi non viene più silenziata con il dileggio e la giustizia farisaica del Sinedrio, ma con il fucile che ha ucciso Charlie Kirk e con le percosse che hanno colpito Quentin Deranque. In questo periodo burrascoso, noi ci vogliamo dunque avvicinare ancora di più a Dio e a tutti gli amici che Egli ci ha dato, consci del fatto che l’odio non prevarrà e che l’impegno per la Verità si farà da oggi ancora più intenso, forte di uno spirito rinnovato dal dolore per i fratelli che sono caduti. E per questo il nostro pensiero e le nostre preghiere andranno anche a chi ha terminato anzitempo la vita di Charlie e di Quentin, perché, non a caso, in Matteo 5, 43-48, il Signore ci ammonisce così:
«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»
27 dicembre 1983, Papa Giovanni Paolo II incontra nel carcere romano di Rebibbia Mehmet Ali Ağca
In queste, come in altre Parole, si sostanzia infatti il Nuovo Patto: l’amore incondizionato per il prossimo anche quando egli ci si avvicina come un nemico, poiché l’altro, creatura di Dio, mai sarà e mai potrà essere, per noi, un limite. Nel momento del terrore la preghiera si fa «grido dal profondo», ma «l’anima che attende il Signore più delle sentinelle dell’aurora» è certa che «Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (Salmo 130). Quindi, come Pier Capponi, a chi ancora una volta minaccia di suonare le trombe di quella falsa rivoluzione che è la rivolta, noi risponderemo facendo suonare le nostre campane, che chiameranno a raccolta un popolo che ogni anno diventa sempre più numeroso, certi che Charlie e Quentin ci sono più vicini che mai con il loro esempio. La preghiera, il servizio alla famiglia e agli amici, la dedizione all’aiuto del prossimo spinta all’estremo sacrificio, anche quando costui si presenta con le armi dell’astio e del disprezzo, valgono per noi più di mille parole, perché rispondono alla Legge che ci venne donata all’inizio dei tempi. Chi voleva imbavagliare Charlie Kirk e Quentin Deranque ha ottenuto l’opposto: oggi loro sono degli eroi e ispireranno con il loro esempio molte altre persone, mentre l’onta peggiore cade e cadrà su chiunque si ostini, pervicacemente, a ottenebrare la mente dei giovani, armando i fratelli contro i fratelli. Consapevoli che solo l’Amore di Dio è in grado di rendere giustizia in ogni secondo delle nostre giornate e nella nostra vita, suoniamo dunque le nostre campane.
Farewell, Charlie
À Dieu, Quentin