“Era quello il second’anno di raccolta scarsa. Nell’antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell’ordinario rimanevano incolti e abbandonati da’ contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d’andare ad accattarlo per carità.”
Impossibile per il lettore non riconoscere queste righe, nel panorama della nostra letteratura nazionale.
Siamo all’incipit del capitolo XII dei “Promessi Sposi” e Alessandro Manzoni dimostra che il suo romanzo è davvero “storico” nella ricostruzione della situazione economico-sociale della Lombardia dei tempi di Renzo e Lucia.
Che cosa ha da dire oggi un romanzo ritenuto stantio dai più, al punto che, a più riprese, si è provato a eliminarne la lettura dalle scuole (sigh!) ? Certo, non si tratta di un testo accattivante come la Divina Commedia dantesca né profondo come le poesie di Leopardi, eppure contiene la prima lezione di economia (liberale) con cui gli studenti liceali entrano in contatto.
Andiamo però con ordine.
L’Italia spagnola del Seicento e l’Italia europea di oggi, tra inflazione e pasti gratis
La situazione della Milano manzoniana (descritta nel paragrafo sopra) ha diversi punti di contatto con la situazione odierna nella Penisola: il carovita è innescato da cause naturali (la siccità che ha causato raccolti con aspettative inferiori) e da cause prettamente umane (i conflitti in corso).
L’inflazione è, a tutti gli effetti, una tassa, perché la diminuzione del valore reale del denaro determina un vantaggio per chi detiene grandi debiti a tassi fissi: tale soggetto è per eccellenza lo stato, che da un lato ripaga il proprio debito con valuta che vale meno, dall’altro aumenta il proprio gettito fiscale grazie all’aumento dei prezzi e dei salari, sui quali gravano imposte proporzionali e progressive (è il cosiddetto fenomeno del fiscal drag).
E’ merito del neoliberista Milton Friedman aver ricordato che in economia “there is no such thing as a free lunch”, per cui, il sollievo delle finanze pubbliche viene pagato da lavoratori e risparmiatori.
Si comprende quindi che frenare l’inflazione sia un caposaldo del liberismo. Il thatcherismo nel Regno Unito ha incarnato questa filosofia, con alcuni eccessi che portarono però a costi sociali evidenti.
Spesso tuttavia, si dimentica che frenare l’inflazione significa scongiurare la più iniqua tra le tasse, caratterizzata da due aspetti fondamentali: l’essere un’imposta occulta (aumenta proprio perché il decisore pubblico non impone alcunché!) e l’essere per sua natura del tutto regressiva, fatto che i nostalgici della “scala mobile” sui salari non hanno mai compreso: indicizzare i salari all’inflazione produce altra inflazione che colpisce maggiormente i più bisognosi e i ceti bassi della società.
Come si frena dunque l’inflazione?
E’ una domanda che lascia i ginnasiali nell’ignoranza ma, si sa, il liceo è fatto per proseguire all’università.
Prezzi politici e populismo: Milano “da bere” o cocktail esplosivo?
Manzoni spiega bene che cosa non bisogna fare. Il gran cancelliere Antonio Ferrer nel romanzo stabilisce un calmiere per il grano, facendo lavorare i fornai in perdita, salvo poi tornare sui suoi passi e cagionare quindi il tumulto popolare.
La prima lezione è quindi che stabilire “prezzi politici” è tipicamente un trucco che si paga.
Questo ci riporta all’attualità: il governo, tramite l’accordo con ENI, ha fissato da un tetto al prezzo della benzina e del gasolio.
Il trucco ovviamente c’è ma è molto più sottile del semplicistico calmiere. La domanda è sempre la stessa di Friedman: chi paga?
Due categorie.
La prima è ovvia: dato che l’ENI è per un terzo del Tesoro (circostanza che ha facilitato il policy making nel caso specifico) paga il cittadino (nella misura di minori introiti per lo stato).
La seconda invece merita attenzione: in Italia negli ultimi anni c’è stato un aumento considerevole delle cosiddette “pompe bianche” non associate alle grandi compagnie petrolifere, le quali, facendo fiorire la libera iniziativa hanno contribuito a tenere bassi i prezzi dei carburanti (sui quali, de facto, ora gioca una concorrenza “sleale”).
C’è quindi una domanda che emerge e che rimanda al primato che la politica deve sempre esercitare sull’economia (primato, appunto, non arbitrio): il prezzo è accettabile?
Dipende, perché come in tutti sistemi, fisici e sociali, entra la variabile del “tempo”. Da un lato, le “pompe bianche” in questi tempi hanno beneficiato dei minori prezzi che potevano praticare (almeno fino al calmiere), però sarebbe assai grave una loro chiusura all’indomani della fiammata inflazionistica. Guardando invece alla partecipata da MEF e CdP, i profitti maturati dalla contingenza internazionale (non “extra profitti”, che non è una definizione di senso compiuto), uniti al rialzo del titolo in borsa, all’aumento della clientela e al guadagno di immagine sopperiscono almeno in parte ai minori guadagni.
La seconda lezione manzoniana è che l’inflazione non si cura col populismo: la “meta”, secondo Manzoni, è imposta da Ferrer sull’onda del malcontento così come la sua soppressione si fonda sulla minaccia dei panettieri di gettare la pala nel forno.
Parimenti, decidere sconti sulle accise del diesel e della benzina è una misura che è costata due miliardi di euro all’erario italiano. Inserire un’agevolazione su una imposta del tutto regressiva non è forse fare un regalo a chi ha più mezzi, tradendo così l’intento sociale del provvedimento? E come si rende progressiva una tassa costitutivamente regressiva senza evitare profittatori e bizantinismi normativi? Meglio a quel punto incassare e redistribuire attraverso la detassazione sulle aliquote IRPEF (imposta alla quale invece un po’ più di progressività certo non guasterebbe). Non parliamo poi del fatto che interventi brevi di sconto fiscale innalzano la domanda e contribuiscono all’aumento dei prezzi, in un cortocircuito che è parente stretto della “scala mobile”.
L’inflazione: un Giano bifronte
Che fare dunque?
Prima di tutto: approfondire.
L’inflazione può essere “lato domanda” o “lato offerta”. La domanda di carburanti è tuttavia sostanzialmente “rigida”, perché non si può differire di molto né è soggetta a improvvisi aumenti. L’inflazione attuale, in effetti, è determinata dalla penuria di offerta, dovuta alla riduzione delle importazioni di idrocarburi in Medio Oriente a causa del rallentamento dei traffici nello stretto di Hormuz.
Se la crisi viene dall’offerta, perché dunque non partire da lì per la cura?
L’aumento dell’offerta si può realizzare, ad esempio, diversificando i paesi di approvvigionamento: del resto, proprio i buoni rapporti con l’Azerbaigian, che ha in mano IP, hanno determinato che anche questa compagnia si accodasse all’ENI (esempio seguito anche da Q8 e Tamoil).
Guardando però alle potenzialità dell’Unione Europea, perché non inserire gli idrocarburi (cioè il mercato dell’energia) tra i “beni pubblici europei” tanto evocati ma poco realizzati? Negoziare in blocco l’energia garantirebbe un’economia di scala tale da ridurre considerevolmente i prezzi. Si tratta di una idea non nuova, basti pensare agli Eurobond che però hanno richiesto un decennio per maturare nel Next Generation EU e che oggi entrano nel pacchetto Safe per facilitare il riarmo dei paesi europei.
Il mercato degli idrocarburi, in ultima analisi, è estremamente finanziarizzato e quindi risente molto delle tensioni geopolitiche: perché allora, non impegnarsi concretamente negli sforzi diplomatici per la fine delle guerre, nel ritorno del governatore don Gonzalo e nell’accantonamento del populista, incapace e truffaldino Ferrer?
Che non sia forse questo “il sugo della storia” che non abbiamo del tutto compreso?